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Il Circuito

Numero 6, aprile 2016


ORGANO DI INFORMAZIONE DELL'UNIONE ITALIANA DEI CIECHI E DEGLI IPOVEDENTI
sezione provinciale di Bologna
registrazione tribunale di Bologna n. 8206 del 22/09/2011.

Anno III aprile 2016

Direttore Responsabile: Daniela Corneo

Editore: Unione Italiana dei ciechi e degli ipovedenti sezione di Bologna

Direzione ed Amministrazione:
via Dell'Oro 1, 40124 Bologna


Sito internet: www.uicibologna.it

Redazione:
Avola giuseppina, Balbo Irene

E-mail della redazione: redazione@uicibologna.it

Hanno collaborato al presente numero:
Giuseppina Avola, Irene Balbo, Rostislava Koumanova, Andrea Lottini, Giuseppina Parentela, Andrea Prantoni, Nerina Viozzi.

Gli articoli firmati pubblicati sul presente giornale esprimono l'opiniione del tutto personale dei loro Autori, la quale non coincide necessariamente con quella dell'Editore e della Redazione.
Ogni mancanza può comunque essere sanata

Articoli pubblicati in questo numero:





In questo numero. A cura della redazione



Cari Lettori, eccoci a voi con un nuovo numero de “Il Circuito”. In questo numero, oltre le informazioni sulle attività svolte dalla nostra sezione provinciale e quelle della presidenza nazionale, vi proponiamo, tratta da Superando.it, come prima notizia l’importante sentenza del Consiglio di stato che ha confermato quelle pronunciate dal Tar del Lazio, volte ad escludere dal calcolo dell’isee pensioni di invalidità, indennità e provvidenze erogate ai disabili. Segue un articolo tratto da “Vita.it”, nel quale si spiega come contestare l’isee calcolato con la normativa precedente la sentenza del Consiglio di Stato.

Il successivo articolo ci parla di un’iniziativa della nostra sezione provinciale nella giornata dedicata alla scrittura Braille che ricorre il 21 febbraio.

Proseguiamo con un pezzo tratto da “Redattore sociale”, che fa una fotografia dell’accessibilità delle strutture scolastiche e riporta i numeri dei disabili inseriti nella scuola. Ancora sulla scuola, un interessante scritto del professor Paschetta, il quale immagina che si potrebbe eliminare il sostegno scolastico per i nostri ragazzi, con una teoria piuttosto interessante, sulla possibile creazione in alternativa di centri di sostegno.

Dal “Corriere della sera” riportiamo un’indagine svolta dall’ISTAT, che riguarda i disabili confinati in casa per i troppi ostacoli e le tante barriere.

Proseguiamo con la notizia del premio di poesia per poeti nonvedenti organizzato dalla sezione UICI di Reggio Emilia che ha visto la vittoria del nostro socio Paolo Giacomoni.

Abbiamo poi ritenuto giusto pubblicare Un’intervista al professor Paolo Graziani, ricercatore cieco al CNR, che purtroppo ci ha lasciati qualche mese fa, ricordiamo il suo grande impegno nella realizzazione della sintesi vocale “parla”, che ha permesso a tanti ciechi di utilizzare il computer.

Vi sono poi una serie di articoli di tecnologia, a partire dal resoconto del convegno tenutosi a Pisa relativo alle varie tecnologie per la produzione di spartiti musicali, proseguendo con un altro sull’evoluzione delle tecnologie assistive; un’intervista al nostro Presidente Nazionale Mario Barbuto che conferma quanto le tecnologie abbiano cambiato la vita di ciechi ed ipovedenti ed uno che riguarda liniziativa di un giovane cieco che studia a Bologna che ha ideato un sito che ha come obiettivo il monitoraggio dell’accessibilità del web ai disabili visivi.

Chiudiamo la serie di brani tratti dal web con una curiosità sul dito bionico!

Iniziano poi le nostre rubriche: recensioni di libri da Nerina Viozzi e Andrea Lottini, audiofilm, recensione di Nerina Viozzi, il viaggio nel Tigullio della nostra affezionata Nerina e, ancora, da Nerina che ci racconta come vive lei la nostra piazza Maggiore.

In ricordo di Umberto Eco che, come saprete, è purtroppo recentemente scomparso, abbiamo voluto inserire un contributo della nostra amica Nerina che ha riportato alcuni titoli di articoli di giornali internazionali, segue una rassegna di articoli tratti da “l’Espresso online” ricordo di alcuni giornalisti che scrivono su quella testata.

Infine ci deliziamo con una nuova ricetta di Giuseppina Parentela!!! In fondo a tutto i soliti “numeri utili”

Rinnoviamo l’ormai consueto invito a seguire l’esempio di nerina, Andrea, Giuseppina e di tutti quelli che nel corso del tempo collaborano e hanno collaborato a rendere questo giornale sempre più gradevole e ricco di informazioni, il “circuito” è dei soci dell’Unione di Bologna, ricordatelo sempre!



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Notizie dalla sezione. A cura di Andrea Prantoni



Il 2016 è iniziato con alcuni impegni istituzionali: incontro con l’assessore del comune con deleghe alla mobilità per una valutazione del cantiere di via Rizzoli e Ugo Bassi, nel corso del quale sono stati evidenziati difetti di realizzazione relativamente alle piste tattiloplantari e le problematiche degli attraversamenti a raso, che possono essere fonte di pericolo per il disabile visivo. Abbiamo ricordato all’assessore che occorre un coinvolgimento delle associazioni anche nel corso della realizzazione delle opere.

Abbiamo poi incontrato TPER, l’azienda che gestisce il trasporto pubblico in città, per sottolineare, ancora una volta, le criticità rilevate negli annunci vocali, sopratutto l’annuncio interno della prossima fermata. TPER ha condiviso le nostre segnalazioni promettendo nuovamente di intensificare la manutenzione e intraprendere un’azione di coinvolgimento degli autisti nel segnalare le anomalie.

Il responsabile del settore scuola ha partecipato a vari incontri per la stesura degli accordi di programma previsti dalla Legge 104, in ambito scolastico.

Il nostro rappresentante nel CCM del distretto AUSL di Bologna, ha partecipato con impegno a tutti gli incontri, portando in tale sede le istanze relative ai disabili visivi.

Ricordiamo che a partire da marzo 2016, sono cambiate le modalità di intervento del poloinformatico, che concentra gli interventi personalizzati e i corsi nei primi tre venerdì di ogni mese, sarà presente il coordinatore del poloinformatico stesso e altri collaboratori.

E’ continuata con impegno l’attività del coordinatore del comitato giovani, al fine di un coinvolgimenbto dei giovani nelle attività sportive, ricreative e nelle problematiche della sezione.

A seguito della riunione della commissione lavoro si è deciso di intraprendere un’azione di ricerca posti di lavoro, in particolare la verifica delle scoperture degli operatori telefonici, presso enti pubblici e aziende private. I primi incontri sono avvenuti con il sindaco di Bologna e con la responsabile del personale della AUSL di Bologna, in entrambi gli incontri sono state segnalate le scoperture da noi individuate, siamo ora in attesa di una risposta conseguente alle loro verifiche. Nell’ambito di questa ricerca di posti di lavoro, facciamo appello a tutti i lettori, che, nel caso siano a conoscenza di scoperture, sono pregati di segnalarle presso gli uffici sezionali.

Il 21 febbraio, in occasione della nona giornata nazionale del Braille, si è svolta presso L’Altro Spazio una lettura di testi in braille accompagnati da brani musicali, in merito all’iniziativa si può leggere un articolo presente in questo numero de Il Circuito.

Il 16 aprile si è tenuta l’assemblea ordinaria dei soci, che ha visto la partecipazione di circa il 10% degli iscritti, sono stati approvati i seguenti documenti: relazione morale 2015, bilancio consuntivo 2015, relazione programmatica 2017 e bilancio preventivo 2017. Nel dibattito si sono toccate, con vari interventi, le tematiche affrontate dalla relazione morale e più in generale gli aspetti legati alla mobilità in città. Al pranzo hanno partecipato una ventina di soci, è stato un momento di condivisione e socializzazione. Nel pomeriggio si è svolta la presentazione di due prodotti di interesse generale, che agevolano l’accessibilità per i disabili visivi: una dimostrazione di smart TV con sistema operativo Android sul quale è possibile installare Talk-Back, per permettere quindi una gestione autonoma dell’apparecchio;

una presentazione dello smartphone LG H410 dotato di tastiera e touch screen con possibilità di utilizzo esclusivo da tastiera. L’iniziativa ha visto la partecipazione di numerosi soci.

Ricordiamo i servizi che si offrono in sezione: Patronato Da marzo 2013, è attivo presso la sezione il servizio di patronato, ciò a seguito di un accordo nazionale tra UICI e ANMIL. Al servizio possono accedere i soci, i loro familiari e amici, in particolare per pratiche di invalidità, riconoscimento Legge 104, aggravamenti e richieste di liquidazione.

Informatica Si ricorda che, anche per il 2016, presso la sezione, si svolgeranno workshop di informatica, su varie tematiche in base alle esigenze espresse dalle persone interessate ad avvicinarsi al computer, al mondo degli smartphone, ad approfondire argomenti specifici. Per maggiori informazioni o per segnalare le proprie esigenze scrivere a poloinformatico@uicibologna.it o contattare gli uffici sezionali allo 051 58 01 02.

Corsi braille: Da oltre 2 anni si svolgono presso la sezione corsi base di scrittura e lettura braille, rivolti in particolare alle insegnanti di sostegno e alle educatrici, i corsi hanno una durata di 20 ore, al termine, previo superamento di una verifica, viene rilasciato un attestato di frequenza. Ad oggi hanno partecipato 35 persone, in prevalenza educatrici. Su richiesta e previo colloquio orientativo, è possibile organizzare corsi di braille individuali, a persone che hanno perso la vista in età adulta.



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Notizie dalla sede centrale. A cura di Giuseppina Avola e Irene Balbo



Molti sono i comunicati della sede centrale che riteniamo possa essere utile riportare qui. la maggior parte di essi riguarda iniziative a cui i nostri soci potranno, se vorranno, partecipare e anzi, speriamo poi vogliano raccontarci le loro esperienze.

Partiamo con il consueto campionato di scopone scientifico, di cui riportiamo anche il regolamento in versione integrale; ci spostiamo poi alla proposta di vacanza a Tirrenia, rivolta soprattutto ai soci anziani, denominata “primo sole”, che rappresenta un’offerta interessante per passare qualche giorno in relax e in compagnia in una struttura pienamente accessibile, in cui la cortesia e la preparazione del personale è da sottolineare; cambiamo poi argomento in maniera decisa riportando due comunicati, uno sul nuovo consiglio dell’agenzia internazionale per la prevenzione della cecità e l’altro ancora sulle sentenze relative all’ISEE. Concludiamo poi con la notizia di una summer school che si svolgerà in Trentino rivolta a bambini ciechi, con l’obiettivo soprattutto di accrescerne autonomia e voglia di indipendenza; un concorso di temi sul braille che prevede premi in denaro, un corso di perfezionamento dell’inglese organizzato in Spagna ed un corso per musicisti e coristi classici ciechi che si terrà in Germania e in fine la proposta di un Viaggio in Spagna per il Cammino di Santiago de Compostela.

Quattordicesimo Campionato Nazionale di Scopone Scientifico

In considerazione del successo e degli apprezzamenti manifestati per le edizioni precedenti, e allo scopo di favorire e promuovere le relazioni dei Soci e tra i Soci, la nostra Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti indi’ce il quattordicesimo Campionato Nazionale di Scopone Scientifico. Il Campionato e’ aperto a coppie di giocatori, costitute da uno o due Soci della nostra Unione, ed e’ articolato in fasi sezionali, regionali e nazionali. L’organizzazione delle diverse fasi e’ affidata, rispettivamente, ai Presidenti delle Sezioni o loro delegati, ai Presidenti dei Consigli Regionali o loro delegati e al Coordinatore della Commissione Nazionale  Sport  Tempo Libero e Turismo sociale, Hubert Perfler, coadiuvato da Giuseppe Pinto. Alle selezioni sezionali, sono ammesse tutte le coppie che ne fanno richiesta, salvo che gli organizzatori non abbiano motivo di disporre altrimenti. Alle gare regionali, partecipano le coppie prima e seconda classificata nelle fasi sezionali. Alle finali nazionali, partecipano le coppie prime classificate nelle gare regionali e la coppia  vincitrice del Campionato 2015, composta da Giovanni Trancucci e Vincenzo Travaglione, della regione Campania. Per offrire a tutti i Soci l’opportunita’ di partecipare alla sfida nazionale, i Presidenti Sezionali e Regionali hanno facolta’ di iscrivere alle fasi successive del torneo le coppie di giocatori, che desiderino concorrere al titolo e che, tuttavia, non trovino, nei rispettivi territori di origine, avversari con i quali misurarsi. Le fasi sezionali e regionali dovranno concludersi, indicativamente, entro il 15 giugno e il 31 luglio 2016. Le gare nazionali, come di consueto, si svolgeranno entro il  mese di Dicembre e quest’anno avranno sede in Campania , regione vincitrice dell’ultima edizione. Per i finalisti nazionali e loro accompagnatori (uno per ogni socio), le spese di viaggio saranno a carico delle sedi regionali di competenza, mentre le spese di soggiorno saranno sostenute da questa Presidenza Nazionale.  Le coppie prime tre classificate avranno in premio una coppa. La coppia vincitrice e la Regione di provenienza, avranno l’onore di ospitare senza oneri di spesa, le finali nazionali del quindicesimo Campionato che si giochera’ nel 2017.  Le gare sezionali e regionali saranno giocate secondo le regole fissate dagli organizzatori in sede locale, mentre quelle nazionali si disputeranno secondo il Regolamento, che alleghiamo in copia e al quale i finalisti dovranno attenersi senza riserve. Chiarimenti sulle regole di gioco potranno essere richiesti ad Hubert Perfler o a Giuseppe Pinto, raggiungibili, rispettivamente, agli indirizzi hubert_perfler@alice.it e g.pinto@aqp.it e ai numeri 348 642 3872 e 334 668 9311.            La data e il luogo di svolgimento delle finali del Campionato saranno comunicati in tempo utile. Prego i presidenti di adoperarsi perché il Campionato diventi occasione e momento di incontro, augurando a tutti i partecipanti buon gioco e buon divertimento.               

QUATTORDICESIMO  CAMPIONATO NAZIONALE DI SCOPONE SCIENTIFICO

Regolamento di gioco delle finali nazionali

  1. Le finali del  Campionato Nazionale di Scopone Scientifico si giocano in un girone unico all’italiana semplice. Ogni coppia di sfidanti si misura, quindi, con tutte le altre, in partite senza rivincita.
  2. Giudice Unico delle finali di Campionato e’ il Coordinatore della Commissione Nazionale Sport e Tempo Libero, Hubert Perfler, il quale e’ coadiuvato, e, in caso di necessita’, sostituito, dal Giudice Delegato, Giuseppe Pinto.
  3. Il Giudice Unico, o, eventualmente, il Giudice Delegato, vigila sulla regolarita’ e la correttezza delle gare, redige il calendario degli incontri, nomina i Giudici di Tavolo, tiene il conteggio dei punti, compila le classifiche intermedie e la classifica finale e proclama le coppie vincitrici del primo, del secondo e del terzo premio. 
  4. Il Giudice Unico, o, eventualmente, il Giudice Delegato, ha la facolta’ di sospendere gli incontri che ritenga si stiano svolgendo in modo non corretto ed ha la facolta’ di prendere qualunque decisione utile al regolare andamento delle gare.
  5. Prima di dichiarare aperto il Campionato, il Giudice Unico, o, eventualmente, il Giudice Delegato, compila l’elenco dei Giudici di Tavolo, selezionati tra gli accompagnatori dei finalisti e gli eventuali spettatori, e comunica il calendario degli incontri.
  6. I Giudici di Tavolo vigilano sulla regolarita’ degli incontri che sono chiamati ad arbitrare, conteggiano i punti conseguiti dalle coppie concorrenti e riportano al Giudice Unico, o, eventualmente al Giudice Delegato, il risultato con cui si chiude ciascun incontro.
  7. I Giudici di Tavolo sono responsabili dei materiali di gioco, che vengono loro affidati dal Giudice Unico o, eventualmente, dal Giudice Delegato. A fine gioco, rendono gli stessi materiali al Giudice Unico o, eventualmente, al Giudice Delegato.
  8. La durata delle partite dipende dal numero delle coppie presenti in gara. Se tale numero e’ inferiore o pari a dieci, ciascuna partita termina non appena una delle due coppie in gara raggiunge i 21 punti o, in mancanza, al 50-esimo minuto. Se il numero delle coppie finaliste e’ maggiore di dieci, ciascuna partita termina non appena una delle due coppie in gara raggiunge i 16 punti o, in mancanza, al 30-esimo minuto.
  9. Se la partita termina con il raggiungimento dei 21 o dei 16 punti, vengono assegnati tre punti alla coppia vincente, zero punti alla coppia sconfitta. Diversamente, allo scadere del 50-esimo o del 30-esimo minuto, giocate le carte che ancora si hanno in mano, vengono assegnati tre punti alla coppia in vantaggio e zero punti a quella in svantaggio; in caso di pareggio, viene assegnato un punto a ciascuna coppia. 10.  Allo scadere del 50-esimo o del 30-esimo minuto, le partite si intendono in corso, se e’ stata avviata la distribuzione delle carte.
  10. La classifica finale e’ stilata sulla base dei punti totalizzati nel corso del girone. In caso di parita’, si aggiudica l’ordine piu’ favorevole la coppia che ha concluso vittoriosamente lo scontro diretto. Nel caso le coppie a pari punti siano piu’ di due, si aggiudicano gli ordini piu’ favorevoli le coppie che, fatta la somma dei punti conseguiti negli scontri diretti, risultano a maggior punteggio.
  11. All’apertura di ogni nuovo incontro, il Giudice Unico, o, eventualmente, il Giudice Delegato, sulla base delle previsioni del calendario, chiama le coppie gareggianti a sistemarsi ad uno dei tavoli  allestiti per il gioco e, ad ogni tavolo, assegna un Giudice di Tavolo.
  12. Acquisisce il diritto a dare le carte chi, dei quattro giocatori in gara, alza la carta piu’ alta per valore numerico; in caso di parita’, si procede a nuova alzata.
  13. Dopo aver mescolato le carte e fatto tagliare il mazzo dal giocatore alla sua sinistra, il mazziere di turno distribuisce le carte in senso antiorario, partendo dal giocatore alla sua destra. Spetta al mazziere decidere se distribuire le carte una per volta o cinque per volta. In caso di errore,  procede ad una nuova distribuzione. Al terzo errore consecutivo, viene sostituito dal Giudice di Tavolo.
  14. Il tempo massimo di ogni giocata e’ di dieci secondi. E’ compito dei Giudici di Tavolo vigilare sul rispetto dei tempi.
  15. Si e’ tenuti a giocare la carta del seme e del valore dichiarati, nel tempo massimo stabilito.
  16. L’ultima carta giocata vale come scopa, se raccoglie tutte quelle presenti sul tavolo.

Soggiorno marino “ Primo Sole “ presso la struttura “Le Torri” – Tirrenia dal 29 maggio 2016 al 12 giugno 2016 - 14 giorni.

anche quest’anno la nostra Unione, grazie alla Commissione Nazionale Terza Età, organizza due soggiorni marini nei mesi di giugno e settembre presso il Centro Le Torri – G. Fucà Olympic Beach di Tirrenia. Siamo in grado di comunicare l’offerta relativa al soggiorno marino di giugno che abbiamo voluto chiamare “Primo Sole”. L’offerta del soggiorno, a persona, valida sia per i non vedenti sia per gli accompagnatori, si articola nei seguenti importi: camera singola ( torre piccola ) euro 780,00 camera doppia ( torre piccola ) euro 680,00 camera doppia ( torre grande ) euro 880,00 camera tripla ( torre grande ) euro 780,00

la quota individuale comprende: Servizio di Pensione Completa con acqua e vino ai pasti Cocktail di benvenuto Cena Tipica con degustazione dei piatti Toscani e Trentini Sala riunioni a disposizione per iniziative e serate ludiche Animazione e intrattenimento Una serata con piano bar e cantante Servizio spiaggia (ombrellone e sdraio )

alla quota va aggiunta la tassa di soggiorno di Euro 7,50, dovuta al comune di Pisa.

Servizi a richiesta o a pagamento:
a. Escursioni.
b. Parrucchiera.
c. Estetista.
d. Infermiera.
e. Eventuali Corsi di nuoto, legati alla fruibilità della piscina, a oggi ancora non definita.
f. Alfabetizzazione informatica. Il corso di Alfabetizzazione informatica sarà tenuto, con la consueta competenza, da Nunziante Esposito e dovrà essere richiesto all’atto della prenotazione del soggiorno. Con la collaborazione dello staff dell’hotel saranno organizzati giochi di squadra, tornei amichevoli di show down, scopone scientifico e scacchi per il divertimento di tutti. Non mancheranno infine, serate culturali ed eventi musicali.

Per chi volesse prolungare il soggiorno, quest’anno il Centro Le Torri – G. Fucà Olympic Beach propone la seguente offerta:

dal 29 maggio 2016 al 18 giugno 2016 19 giorni +1 giorno gratis camera singola ( torre piccola ) euro 1050,00 camera doppia ( torre piccola ) euro 900,00 camera doppia ( torre grande ) euro 1200,00 camera tripla ( torre grande ) euro 1050,00

Prenotazioni, informazioni, chiarimenti circa i transfert da e per le stazioni ferroviarie di Pisa e Livorno: Olympic Beach Le Torri tel. 050 32.270 fax. 050 37 485 email: HYPERLINK “mailto:info@centroletorri.it”info@centroletorri.it Vi attendiamo numerosi come sempre…

Direzione Nazionale I.A.P.B.

Relativamente all’oggetto, ritengo opportuno fornire qualche chiarimento, anche alla luce dell’informativa I.A.P.B. circa l’insediamento della propria nuova Direzione Nazionale. Il 21 gennaio 2016, in un incontro nella nostra sede nazionale, per le vie brevi, il presidente e il vice presidente IAPB Giuseppe Castronovo e Michele Corcio, mi informavano verbalmente di modifiche apportate allo Statuto dell’Agenzia in data 15 ottobre 2015. A tutela dell’Unione, contestavo loro, immediatamente, ben quattro elementi sostanziali, relativi a quelle modifiche: 1)  la Direzione Nazionale I.A.P.B. non aveva tra i propri compiti, le modifiche statutarie; 2) i cinque rappresentanti dell’Unione presso l’Agenzia non avevano comunicato alcunche’ al Presidente e alla Direzione Nazionale U.I.C.I. circa il processo di modifica statutaria; 3) nessuna notifica formale o informale era pervenuta all’Unione da parte dell’Agenzia, circa le modifiche intervenute e l’entrata in vigore del nuovo statuto; 4) il nuovo statuto portava da cinque a due i rappresentanti dell’Unione; aumentava da uno a tre i rappresentanti S.O.I.; introduceva un rappresentante del Ministero della Salute, ponendo in tal modo la nostra Associazione in via di fatto e di diritto in una palese condizione di minoranza. Per completezza di informazione, i nostri rappresentanti presso l’Agenzia all’atto delle cosiddette modifiche statutarie, erano: Giuseppe Castronovo, Michele Corcio, Ferdinando Ceccato, Filippo Cruciani, Angelo Mombelli. Il 28 gennaio u.s., la Direzione Nazionale U.I.C.I. deliberava di non riconoscere le modifiche intervenute nello statuto I.A.P.B. e provvedeva alla designazione dei cinque componenti di propria spettanza, indicandoli nelle persone di: Mario Barbuto, Stefano Tortini, Eugenio Saltarel, Adoriano Corradetti, Linda Legname. Il presidente uscente I.A.P.B. indiceva successivamente, per il 17 marzo la seduta di insediamento con avviso inviato a tutti i cinque componenti designati dall’Unione, ma chiarendo che soltanto due potevano far parte del rinnovato organo dell’Agenzia. A seguito di un incontro preliminare all’atto di insediamento, in via conciliatoria, al fine di evitare il ricorso alle vie legali, la delegazione U.I.C.I. proponeva, in via del tutto temporanea e straordinaria, di designare un numero paritario di componenti (quattro) analogamente alla S.O.I. e di confermare la presidenza all’avvocato Castronovo, ora divenuto rappresentante del Ministero della Salute, al fine di assicurare una regolare prosecuzione delle attivita’ dell’Agenzia, provvedendo in tempi brevissimi a una ridefinizione del testo statutario secondo una modalita’ condivisa tra Unione e SOI. Alla proposta si replicava che uno dei quattro componenti U.I.C.I. doveva essere una persona ben specifica, indipendentemente dalla volonta’ degli Organi dirigenti dell’Unione stessa. Nel rispetto del principio che ognuno designa in casa propria le persone dalle quali intende farsi rappresentare, la delegazione dell’Unione riteneva pertanto di non poter partecipare all’insediamento della Direzione Nazionale I.A.P.B., dando invece corso ai deliberati della propria Direzione, con il ricorso al giudice per tutelare il proprio Diritto di presenza e rappresentanza in seno all’Agenzia. A conclusione di questa sintetica esposizione dei fatti, mi corre pertanto l’obbligo di precisare che l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, al momento, non e’ rappresentata in seno alla Direzione Nazionale I.A.P.B. e che si e’ proceduto a ricorrere alle vie legali per una chiarificazione e una composizione della sgradevole vicenda in sede giudiziaria. Nel contempo abbiamo richiesto formalmente alla S.O.I. quale partner nell’Agenzia, di provvedere rapidamente e di comune accordo alla ridefinizione di un testo statutario condiviso, basato sull’equilibrio della rappresentanza e sul reciproco rispetto delle competenze e dei ruoli di ciascuno, ponendo cosi’ termine immediato a ogni pericolosa contrapposizione. Mario Barbuto Presidente Nazionale

Niente indennita’ di accompagnamento nel calcolo ISEE.

con vero piacere, desidero segnalare una importantissima sentenza del Consiglio di Stato, depositata in cancelleria il 29 febbraio scorso, che certamente avra’ effetti molto importanti nel campo delle prestazioni socio-assistenziali destinate alle persone con disabilita’.

Con tale sentenza, respingendo il ricorso in appello presentato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal Ministero del lavoro e dal Ministero di Economia e Finanze, il Consiglio stabilisce definitivamente che le indennita’ di accompagnamento percepite da quanti soffrono delle forme piu’ gravi di disabilita’, non possono essere calcolate ai fini dell’ISEE.

Tutte le principali associazioni di persone con disabilita’, compresa la nostra Unione, da anni e in vario modo, hanno sempre contestato la legittimita’ morale e legale di tale norma, costituita, nella fattispecie, dall’art. 4, comma 2, del DPCM 159/2013 (che considera ai fini del calcolo reddituale per l’ISEE anche i trattamenti assistenziali e indennitari percepiti dalle persone con disabilita’).
Di enorme valore sono le motivazioni con le quali il Consiglio di Stato e’ giunto alla formulazione della sentenza, lungamente auspicata da molte famiglie e da tutte le Associazioni delle persone con disabilita’.
Il Consiglio, infatti, non solo ritiene il DPCM citato un atto di per se’ immediatamente lesivo dei diritti dei soggetti interessati per l’effetto “distorsivo” che comporta l’inclusione di tutti i trattamenti indennitari tra i redditi rilevanti ai fini ISEE, ma si spinge ben oltre nelle proprie argomentazioni.

Le indennita’, si legge nella sentenza, non sono ne’ un reddito, ne’, tanto meno, un reddito “disponibile” ai sensi delle norme citate e, addirittura, le Amministrazioni appellanti “non riescono a fornire … la ragione per cui le indennita’ siano non solo o non tanto reddito esente, quanto reddito rilevante ai fini ISEE”.

Esse sono, infatti, prestazioni “presidiate da valori costituzionali aventi pari dignita’ dell’obbligo contributivo” e , percio’, se di indennita’ o di risarcimento veri e propri si tratta (com’e’, p. es., l’indennita’ di accompagnamento), ne’ l’una, ne’ l’altro rientrano in una qualunque definizione di reddito assunta dal diritto vigente.
Il Consiglio coglie inoltre l’occasione di svolgere alcune precisazioni che per la loro valenza meritano di essere citate per esteso: “l’indennita’ di accompagnamento e tutte le forme risarcitorie servono non a remunerare alcunche’, ne’ certo all’accumulo del patrimonio personale, bensi’ a compensare un’oggettiva ed ontologica (cioe’ indipendente da ogni eventuale o ulteriore prestazione assistenziale attiva) situazione d’inabilita’ che provoca in se’ e per se’ disagi e diminuzione di capacita’ reddituale. Tali indennita’ o il risarcimento sono accordati a chi si trova gia’ cosi’ com’e’ in uno svantaggio, al fine di pervenire in una posizione uguale rispetto a chi non soffre di quest’ultimo ed a ristabilire una parita’ morale e competitiva. Essi non determinano infatti una “migliore” situazione economica del disabile rispetto al non disabile, al piu’ mirando a colmare tal situazione di svantaggio subita da chi richiede la prestazione assistenziale, prima o anche in assenza di essa. Pertanto, la «capacita’ selettiva» dell’ISEE, se deve scriminare correttamente le posizioni diverse e trattare egualmente quelle uguali, allora non puo’ compiere l’artificio di definire reddito un’indennita’ o un risarcimento, ma deve considerali per cio’ che essi sono, perche’ posti 
a fronte di una condizione di disabilita’ grave e in se’ non altrimenti rimediabile”.
Le parole del Consiglio di Stato non credo abbiano bisogno di ulteriori commenti, rendendo chiaro ancora una volta e per sempre, che l’indennita’ di accompagnamento non puo’ e non deve in nessun caso essere considerata un reddito per chi la percepisce e cio’ non solo ai fini fiscali, ma anche e soprattutto ai fini della concessione di prestazioni sociali di ogni genere.

Come abbiamo sempre sostenuto, infatti, il tentativo di “ricomprendere tra i redditi i trattamenti indennitari percepiti dai disabili, significherebbe voler considerare la disabilita’ alla stregua di una fonte di reddito -come se fosse un lavoro o un patrimonio - e i trattamenti erogati dalle pubbliche amministrazioni, non un sostegno al disabile, ma una “remunerazione” del suo stato di invalidita’… (dato) … oltremodo 
irragionevole … (oltre che) … in contrasto con l’art. 3 del dettato Costituzionale.”.
Alla luce di tale pronuncia, l’Unione nelle sue varie articolazioni nazionali e territoriali, dovra’ attivarsi in tutte le sedi opportune affinche’, come espressamente indicato dallo stesso Consiglio di Stato, venga corretto in tempi brevissimi il disposto dell’art. 4 del DPCM 159/2013 per tornare a una definizione piu’ realistica e umanamente piu’ accettabile e nel contempo piu’ precisa del concetto di «reddito disponibile» e per consentire a soggetti che ne hanno pieno diritto l’accesso a tutte le specifiche prestazioni assistenziali di cui necessitano, in condizioni di parita’ sostanziale con gli altri cittadini.

Summer School - Per bambini ciechi e ipovedenti gravi - Castello Tesino (TN) 28 agosto / 4 settembre 2016

Riceviamo e diffondiamo

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Summer School. Per bambini ciechi e ipovedenti gravi. Castello Tesino (TN) 28 agosto / 4 settembre 2016

Per chi ha voglia di giochi all’aperto, inglese, musica; per chi ha voglia di ripassare o imparare il braille insieme all’informatica; per chi vuole che il proprio figlio cresca capace di muoversi sicuro nell’ambiente; per chi vuole che chi e’ cieco o ipovedente possa competere alla pari nel percorso educativo; per chi vuole che la scuola sia davvero la preparazione a vivere la vita… La Fondazione Lucia Guderzo apre le porte della Summer School! Tutti i bambini ciechi o ipovedenti gravi della scuola primaria e secondaria di primo grado sono invitati a partecipare a questa iniziativa: una settimana di attivita’ didattiche, educazione alla mobilita’, giochi, esperienze del quotidiano, organizzazione degli spazi. Sara’ basata sull’insegnamento del braille e daremo spazio all’inglese, all’informatica e all’orientamento… Questo il programma della giornata tipo, da lunedi’ 29 agosto a sabato 3 settembre. Domenica 28 agosto e domenica 4 settembre saranno invece dedicate alla conoscenza reciproca, al divertimento, alla liberta’. 7.00–7.45: sveglia, preparazione personale e riassetto della camera 7.45–8.15: colazione 8.30–12.30: attivita’ scolastiche mattutine 12.30–14.30: preparazione della tavola, pranzo insieme e relax 14.30–18.00: attivita’ pomeridiane 19.00–20.30: imbandire la tavola, cena e relax 20.30–21.30: attivita’ ricreative e giochi di gruppo Ogni mattina, all’interno di orari flessibili, l’insegnamento del braille sara’ il punto di partenza per l’apprendimento di contenuti diversi: inglese capofila, ma anche letture ricreative, matematica, informatica. Durante queste ore gli studenti verranno in contatto con alcuni materiali didattici tipici del metodo Montessori, caratterizzato per la sua attenzione alla manipolazione e alla multisensorialita’. Poi i bambini saranno seguiti nel preparare la tavola e nel pranzo, con un po’ di tempo libero per riposarsi nella natura e ricaricarsi in attesa delle attivita’ pomeridiane: personale preparato li introdurra’ all’orientamento e alla mobilita’, per poi passare a laboratori creativi di arte, musica, giochi all’aperto e passeggiate alla scoperta della natura. Quindi i bambini saranno accompagnati nell’igiene personale per poi prepararsi alla cena, oltre che nell’approntare la tavola; dopo il pasto ci si trovera’ insieme per giocare, leggere, ascoltare… Questa iniziativa, pur nascendo in un contesto prima ludico e poi didattico, intende preparare i giovani con deficit visivo alle sfide della vita quotidiana. Saranno sviluppate conoscenze e abilita’ volte ad un piu’ alto grado di autonomia e una piu’ serena vita di relazione. Il tutto in un contesto di assoluta sicurezza, grazie alle strutture in cui si tiene la Summer School e alla presenza costante ma non invasiva di educatori e accompagnatori pazienti, preparati, disponibili.

Note operative: alloggio all’Albergo Bellavista, lezioni presso un’aula della scuola di Castello Tesino, attivita’ fisiche e sportive negli impianti di Castello Tesino; escursione alle malghe del territorio. Arrivo all’hotel nel pomeriggio di domenica 28 agosto; partenza domenica mattina 5 settembre. Per i genitori che desiderano accompagnare i propri figli e’ possibile prenotare fuori quota gia’ per venerdi’ 26 o sabato 27. Quota di partecipazione (per ragazzo): € 300,00. L’iscrizione deve avvenire entro e non oltre il 15 giugno 2016 con il versamento dell’acconto di euro € 200,00 sul conto della Fondazione (Monte dei Paschi di Siena) IBAN: IT 70 I 01030 62730 000 000 633 681, con causale “acconto Summer School”. Il saldo di € 100,00 andra’ versato all’arrivo in Albergo. N.B. La quota e’ cosi’ contenuta in ragione del fatto che la Fondazione si fa carico del costo dei formatori e del materiale didattico.

Per informazioni: www.fondazioneluciaguderzo.it; per iscriversi: segreteria@fondazioneluciaguderzo.it oppure chiamate il 334.7790873.

Concorso europeo di temi sul Braille 2016 (scadenza 10 maggio 2016).

Sono lieto di informare che l’Unione Europea dei Ciechi organizza anche quest’anno il Concorso europeo di temi sul Braille, sponsorizzato dalla ditta Onkyo e dalla rivista “Braille Mainichi” giapponesi. Quest’anno il concorso propone una pluralita’ di temi tra i quali scegliere: “Il ruolo del Braille nella promozione della partecipazione delle persone con disabilita’ visiva alla vita politica, economica, culturale, sociale e familiare”. Esempi di come questo tema generale possa essere trattato sono: il Braille nell’era della tecnologia, l’uso del Braille a tutte le eta’, il Braille e il voto. “Vivere con il Braille - incoraggiamo insegnanti, trascrittori e tutti coloro che fanno in qualche maniera uso del Braille o vorrebbero farne uso a riflettere sul ruolo del Braille”. Viene incoraggiata la descrizione oggettiva di soluzioni, idee e prodotti innovativi per promuovere il Braille in tutta Europa.

“Storie divertenti sul Braille” “Il futuro del Braille” “Vantaggi e svantaggi del Braille a confronto con la stampa comune a inchiostro” “Braille e touchscreen: le nuove frontiere del sistema”. L’elenco non ha carattere restrittivo e i partecipanti al concorso possono decidere di trattare un tema di loro scelta relativo all’uso del Braille. Gli elaborati non devono superare le 1000 parole (con un 10% in piu’ o in meno di tolleranza). I concorrenti saranno comunque liberi di trattare il tema scelto interpretandolo secondo la propria immaginazione e sono altresi’ incoraggiati alla creativita’ personale, al di la’ della semplice narrazione della storia della propria vita, magari con un testo sotto forma di lettera, poesia o intervista. L’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti collaborera’ allo svolgimento del concorso, provvedendo alla diffusione delle informazioni a livello nazionale e svolgendo funzioni di segreteria durante la fase iniziale di selezione delle composizioni dei concorrenti italiani. Le composizioni, in Braille o in formato elettronico accessibile, dovranno pervenire entro il 10 maggio 2016 al nostro Ufficio Relazioni Internazionali, via Borgognona 38, 00187 Roma, tel. 06 69 98 8388 / 375, e-mail: inter@uiciechi.it. In allegato il regolamento del concorso. Confidiamo in una partecipazione numerosa. Vive cordialita’ Mario Barbuto Presidente Nazionale

ALLEGATO, CONCORSO DI TEMI SUL BRAILLE EBU ONKYO 2016 - EUROPA

REGOLAMENTO

  1. Scopo e tema 1.1 Il concorso europeo di temi sul Braille organizzato dall’Unione Europea dei Ciechi (EBU) per conto della ditta Onkyo e della rivista Braille Mainichi ha lo scopo di promuovere l’utilizzo del Braille come chiave di accesso per i non vedenti all’informazione e all’inclusione sociale. 1.2 Quest’anno il concorso propone i seguenti temi, pur no :

  2. “Il ruolo del Braille nella promozione della partecipazione delle persone con disabilita’ visiva alla vita politica, economica, culturale, sociale e familiare”. Esempi di come questo tema generale possa essere trattato sono: il Braille nell’era della tecnologia, l’uso del Braille a tutte le eta’, il Braille e il voto.

  3. “Vivere con il Braille - incoraggiamo insegnanti, trascrittori e tutti coloro che fanno in qualche maniera uso del Braille o vorrebbero farne uso a riflettere sul ruolo del Braille”. L’elaborato puo’ essere una relazione o un esercizio di scrittura creativa sul tema scelto e viene incoraggiata la descrizione di soluzioni, idee e prodotti innovativi per promuovere il Braille in tutta Europa.

  4. “Storie divertenti sul Braille”

  5. “Riflessioni sul futuro del Braille”

  6. “Riflessioni su vantaggi e svantaggi del Braille a confronto con la stampa in nero”

  7. “Braille e touchscreen: le nuove frontiere del sistema”. Tale elenco non ha pero’ carattere esclusivo e i partecipanti al concorso possono decidere di trattare un tema di loro scelta relativo all’uso del Braille. I concorrenti saranno comunque liberi di trattare il tema scelto interpretandolo secondo la propria immaginazione e sono altresi’ incoraggiati a essere creativi non limitandosi alla classica narrazione della storia della propria vita, ma elaborando il testo sotto forma, ad esempio, di lettera, poesia o intervista.

  8. Condizioni generali 2.1 Concorrenti Chiunque utilizzi il Braille, vedenti compresi, e risieda in Italia puo’ partecipare al concorso senza alcun limite d’eta’. E’ consentita la partecipazione per piu’ anni consecutivi. Non possono prendere parte al concorso gli scrittori professionisti, ovvero coloro che sono retribuiti per la regolare pubblicazione delle loro opere sul libero mercato dei media. 2.2 Elaborati

  9. Gli elaborati devono essere presentati in formato digitale.

  10. I concorrenti non possono presentare piu’ di un elaborato.

  11. Le composizioni devono essere in inglese o in italiano.

  12. Gli elaborati non devono superare le 1000 parole (con un 10% in piu’ o in meno di tolleranza)

  13. Gli elaborati gia’ presentati in edizioni precedenti del concorso non possono essere presentati di nuovo.

  14. Gli elaborati devono includere le seguenti informazioni: nome, cognome, sesso ed eta’ del concorrente, paese, numero delle parole dell’elaborato, indirizzo postale, numero di telefono ed eventualmente indirizzo e-mail. IMPORTANTE! Le succitate informazioni devono essere poste all’inizio dell’elaborato, prima del titolo

2.3 Diritti d’autore Con la loro partecipazione a questo concorso * Gli autori cedono automaticamente e in maniera esclusiva a livello mondiale tutti i diritti, inclusi quelli d’autore, all’EBU, che potra’ consentire l’esercizio di tali diritti in licenza o cederli. * Gli autori permettono all’EBU l’utilizzo del loro nome e dei loro elaborati per attivita’ di promozione con qualunque modalita’ l’EBU ritenga opportuna. * In quanto detentore di diritto d’autore, l’EBU puo’ dare il permesso agli autori e ai suoi Membri Nazionali di fare uso degli elaborati nella maniera che essi ritengano adeguata. * I vincitori del concorso forniranno all’EBU alcune loro foto e riconosceranno il diritto dell’EBU a riprodurre, adattare, editare e pubblicare le loro foto su qualunque mezzo di comunicazione, incluso il web e la stampa.

  1. Procedura

  2. I concorrenti devono far prevenire i loro elaborati all’Ufficio Relazioni Internazionali dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, via Borgognona 38, 00187 Roma, tel: 06 69 98 8388 / 375, e-mail: inter@uiciechi.it entro martedi’ 10 maggio 2016.

  3. L’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti effettuera’ una preselezione in modo da presentare non piu’ di cinque elaborati alla Giuria di selezione europea.

  4. Le decisioni della Giuria sono irrevocabili e contro di esse non e’ ammesso alcun appello o ricorso.

  5. Premi

  6. Premio Otsuki (1° premio): USD 2000,00

  7. Premi di eccellenza

  8. categoria giovani, per persone di eta’ non superiore a 25 anni : USD 1000,00

  9. categoria adulti/anziani per persone di eta’ superiore a 25 anni: USD 1000,00

  10. Premi per opere di merito

  11. categoria giovani: due premi da USD 500,00 ciascuno

  12. categoria adulti/anziani: due premi da USD 500,00 ciascuno.

Soggiorno-studio in Spagna per il perfezionamento della lingua inglese (scadenza mercoledi’ 25 maggio 2016).

La O.N.C.E. (Organizzazione Nazionale Spagnola dei Ciechi) ha programmato anche per quest’anno un soggiorno-studio per il perfezionamento della lingua inglese che si svolgera’ presso il suo Centro di Risorse Educative di Pontevedra (Spagna) dal 1 al 12 agosto 2016. Il giorno di arrivo sara’ il 31 luglio nel pomeriggio e il giorno di partenza sara’ il 12 agosto nel pomeriggio. Potranno candidarsi per la partecipazione al soggiorno giovani ciechi o ipovedenti di eta’ compresa tra i 15 e 17 anni (che abbiano gia’ compiuto 15 anni alla data del 31 luglio 2016 e non abbiano ancora compiuto 18 anni alla data del 12 agosto 2016) gia’ in possesso di un livello di lingua inglese B1 – B2. Durante il soggiorno i partecipanti seguiranno un corso intensivo di inglese di livello intermedio-alto (60 ore), oltre a partecipare a varie attivita’ ludico-sportive e culturali. A carico dei partecipanti sono previste le spese di viaggio dal luogo di residenza fino all’aeroporto di Vigo, che e’ l’aeroporto piu’ vicino a Pontevedra, e ritorno. Le spese di soggiorno, di studio e il transfer dall’aeroporto di Vigo a Pontevedra e viceversa sono a carico della O.N.C.E. Come requisito imprescindibile, il possesso delle abilita’ linguistiche per accedere al corso dovra’ essere attestato dall’insegnante di lingua inglese della scuola di provenienza di ciascun candidato sulla base dello schema grammaticale allegato alla presente. Per garantire la partecipazione di candidati adeguatamente qualificati, si invita caldamente a inviare unicamente le candidature di quei ragazzi che possiedano effettivamente il livello di competenza linguistica indicato. In fase di selezione, sara’ comunque somministrato ai candidati un test scritto a distanza e gli idonei verranno contattati telefonicamente da un esaminatore per una verifica ulteriore del livello di conoscenza della lingua inglese. Altra condizione importante per la partecipazione al soggiorno-studio e’ essere in possesso di una ragionevole autonomia nelle attivita’ della vita quotidiana e nella mobilita’ (ossia la capacita’ di muoversi in un ambiente dopo averlo conosciuto). I candidati dovranno far pervenire all’Ufficio Affari Internazionali di questa Unione la seguente documentazione entro mercoledi’ 25 maggio p.v.: - dichiarazione di assenso da parte dell’esercente la potesta’ parentale alla candidatura del/la ragazzo/a al soggiorno-studio di cui al presente comunicato, completata dai dati anagrafici e della disabilita’ visiva del candidato (diagnosi come da verbale di accertamento sanitario dell’invalidita’ civile), da un numero di telefono e un indirizzo e-mail di contatto. E’ importante notare che il corso e’ destinato a giovani ciechi o ipovedenti come definiti negli articoli 2, 3, 4, 5 e 6 della legge 3.4.2001, n. 138) - attestato dell’insegnante di lingua inglese della scuola di provenienza del candidato relativo al buon grado di possesso da parte di quest’ultimo delle competenze linguistiche indicate nell’allegato schema. L’attestato, che deve essere sottoscritto dall’insegnante e che puo’ essere rilasciato su carta libera, deve indicare in maniera leggibile: nome e cognome dell’insegnante, nome e tipo di scuola frequentata dal candidato, anni di studio della lingua inglese del candidato presso quell’istituto. - copia di eventuali certificati o diplomi che attestino lo studio della lingua inglese da parte del candidato anche presso altri istituti (scuole di lingue, etc.) con l’indicazione del livello del corso frequentato. Si auspica una sollecita diffusione presso i potenziali interessati e le loro famiglie.

Stage estivo musicale a Augsburg, Germania, 30 luglio - 7 agosto 2016.

Riceviamo e diffondiamo l’annuncio dello stage estivo musicale organizzato dalla Federazione Tedesca dei Ciechi e Ipovedenti (Deutscher Blinden- und Sehbehindertenverband - DBSV):

“DBSV-Musikclub”– la settimana della musica Classica, pop, rap: questo e’ quello che troverai al DBSV Music Club. Potrai praticare con composizioni polifoniche per voce e strumento, insieme a te produrremo la musica che ti piace e che sai cantare e suonare e alla fine terremo anche un concerto. Faremo anche una visita alla scoperta di Augsburg. Per partecipare allo stage devi saper parlare il tedesco o l’inglese a un buon livello ed essere maggiorenne. Lo stage avra’ luogo presso l’Exerzitienhaus St. Paulus, Krippackerstraße 6, Leitershofen, 86396 Augsburg-Stadtbergen (Germania), sito web: www.exerzitienhaus.org I coordinatori dello stage sono: - Rosa Maria Dotzler, insegnante di musica e capo coro cieca - Michael Kuhlmann, musicista di chiesa e capo coro cieco La quota di partecipazione e’ EUR 95,00 € (comprendente il vitto, l’alloggio e le attivita’ dello stage). Inoltre la DBSV potra’ rimborsare EUR 50,00 dei tuoi costi di viaggio. Un eventuale accompagnatore dovra’ pagare la tua stessa quota”.

Le ulteriori condizioni di partecipazione sono reperibili nel secondo allegato. Per maggiori chiarimenti si prega di contattare Torsten Resa, DBSV, tel: 0049 30 28 53 87 281, e-mail t.resa@dbsv.org. Le iscrizioni sono aperte fino al 15 maggio 2016. Si prega di compilare e inviare la scheda allegata (in lingua inglese) per email a Torsten Resa - DBSV - Tel: 0049 30 28 53 87 281, email: t.resa@dbsv.org e in copia all’Ufficio Relazioni Internazionali dell’Unione all’email: inter@uiciechi.it. Dato il numero limitato dei posti disponibili, e’ consigliabile procedere all’iscrizione al piu’ presto possibile. L’iscrizione deve essere confermata dalla DBSV per iscritto.

Da Leon a Santiago de Compostela Spagna.
 “IL CAMMINO (The Way)“ 17 Agosto 3 Settembre 2016. 
COMMISSIONE NAZIONALE SPORT, TEMPO LIBERO E TURISMO SOCIALE (Hubert Perfler)
“IL CAMMINO (The Way)” 17 Agosto 3 Settembre 2016
Premessa
Questo programma vuol essere una traccia di quello che intendo organizzare a nome e per conto dell’Unione Italiana Ciechi e degli Ipovedenti Nazionale pur avvalendomi di una delle sue sedi periferiche per una maggior comodita’ e logistica organizzativa. Vi invito pertanto a registrare i miei riferimenti per qualsiasi dubbio, domanda o delucidazione: il mio cellulare e’ il 348/6423872 e la sede di riferimento e’ quella di Trieste 040/768046. 
Sara’ quindi possibile che quanto indicato di seguito subisca delle modifiche e/o varianti, non avendo il numero esatto dei partecipanti e soprattutto il prezzo varia molto a seconda di quello che uno sceglie. Ad esempio se uno volesse dormire negli ostelli come i pellegrini di un tempo dimezza il budget di pernottamento ecc. Di seguito alcune indicazioni principali: 
1) I partecipanti non devono superare il numero massimo di 38 compresi gli organizzatori e collaboratori. Saro’ lieto di organizzare nuovamente l’evento se apprezzato e richiesto. 2) Il partecipante cieco assoluto deve avere un accompagnatore a causa del percorso in alcuni punti dissestato. 
3) Il diritto di partecipazione e’ determinato dall’ordine temporale di prenotazione via e-mail, alla quale verra’ data tempestiva conferma di prenotazione. E-mail hubert_perfler@alice.it 
4) Ottenuta la conferma di prenotazione, entro e non oltre 15 giorni, dovra’ inviare allo stesso indirizzo copia del biglietto aereo per Santiago de Compostela (Spagna) e versare una caparra di 250,00 euro all’IBAN dell’UICI di Trieste (IT92O 05034 02200 000000002388). Questo ovviamente per permettere a tutti di partire da dove e’ loro piu’ comodo. A questo punto, e non prima, sara’ ufficialmente un partecipante accreditato. 
5) Entro venerdi’ 1 Luglio dovra’ versare il saldo calcolato sulla base dell’effettiva e definitiva partecipazione. 
Il costo approssimativamente stimato dell’organizzazione si aggira attorno ai 850,00 euro e comprende:
• 17 pernottamenti in strutture alberghiere da 1 a 3 stelle in camere con servizi privati.
• Noleggio pullman privato con conducente per il transfert dall’albergo di Santiago de Compostela a quello di Leo’n.
• Noleggio di un pulmino, spesa carburante e parcheggi, che ci accompagnera’ per tutto il viaggio e provvedera’ al trasporto bagagli da una tappa all’altra e nello stesso tempo restera’ a disposizione con la funzione di “Safety Car” per ogni eventuale esigenza.
• Viaggio, vitto e alloggio di 2 collaboratori (autista e assistente l’organizzazione).
• La “Compostela”, documento comprovante il passaggio dalle varie tappe, ove bisognera’ applicare lo “stelo” (il timbro gratuito) in ogni Chiesetta, albergo ecc. che toccheremo lungo il cammino.
Nella suddetta quota non sono comprese le seguenti voci:
• Biglietti aerei A/R e Transfert da e per gli aeroporti di partenza e destinazione
• Nessun pasto. Questo per dare a tutti liberta’ di scegliere questa spesa che puo’ incidere molto o poco nel proprio budget; ad esempio se uno pasteggia con il menu’ del pellegrino spende dai 10 ai 12 euro e comprende primo secondo dolce e bibita, altrimenti spende anche 20 o 25 euro, a seconda di cosa sceglie ovviamente. Quindi capirete che parliamo di circa 500 euro o piu’.
• Ogni extra, ingressi a musei o monumenti che troveremo durante il cammino e che ognuno decide o no di visitare.
• Tutto cio’ che non e’ indicato alla voce comprende succitata. Con estrema precisione specificheremo comunque prima di partire a quanto ammonta la cifra obbligatoria, avendo l’esatto numero dei partecipanti. 
Da Leon a Santiago de Compostela (Spagna)
All’inizio del IX secolo, la scoperta della tomba di “Giacomo il Maggiore” diede inizio ad un pellegrinaggio destinato a diventare uno dei tre maggiori della cristianita’, con Roma e Gerusalemme. I pellegrini, con il bastone e la conchiglia, appartenevano alle classi sociali piu’ disparate e provenivano da tutta l’Europa, portando con se i loro usi, la loro arte, la tradizione e la lingua. L’itinerario proposto non e’ completo e percorre tutto il tratto del pellegrinaggio in terra spagnola, partendo da Leo’n fino ad arrivare a Santiago de Compostela. Da qui sono piu’ di 300 km che percorrono buona parte della Spagna da est a ovest attraverso splendidi paesaggi naturali, paesi e cittadine ricche di arte e di storia, fino a Santiago de Compostela, seguendo il piu’ possibile l’antico itinerario cosi’ come tramandato dal famoso “Codex Calixtinus”, la prima guida del pellegrino scritta nel XII secolo. E cosi’, passando attraverso secoli di storia, arte e passione, spiritualita’ e vicende umane, incontri speciali ed eventi miracolosi non si potra’ fare a meno di sentirsi tutti un po’ pellegrini in cammino, non piu’ alla ricerca di indulgenze, ma sicuramente di risposte.
Programma
1° giorno 17 agosto 2016: Arrivo individuale a Santiago de Compostela dall’aeroporto ad ognuno piu’ comodo e confacente le proprie esigenze logistiche, sistemazione in Hotel entro la serata. 
2* Al mattino partiamo per León ove arriveremo ad ora di pranzo. Pomeriggio dedicato alla visita di questa splendida cittadina.
3° giorno: León – Villadangos del Paramo 21,2 km, 5 h di cammino
Tappa lungo la quale, con una breve deviazione potrete eventualmente scegliere di visitare il santuario della Virgen del Cammino sorto sulla base dell’originale del 1505 in seguito all’apparizione della Madonna ad un pastore: le 13 figure in bronzo rappresentano gli Apostoli e la Vergine.
4° giorno: Villadangos del Paramo – Astorga 26 km, 6.00 h di cammino
Oggi camminerete su un terreno piano e gradevole dove i canali di irrigazione e le fronde dei pioppi ristorano i Pellegrini. Oltrepassato Puente Y Hospital de Orbigo e il paesino di Villares de Obrigo inizierete gia’ a scorgere i Montes de Leon e la Galizia; poco piu’ in la’ ancora vedrete in lontananza Astorga con la sua cattedrale intitolata a Santa Maria, iniziata nel 1471 e ultimata in 300 anni. La storia di questa importante citta’ si lega saldamente a quella del Cammino come dimostrato dall’esistenza di circa 25 hospitales per l’accoglienza dei pellegrini.
5° giorno: Astorga – Rabanal del Camino 22 km, 5.00 h di cammino
Questa giornata trascorrera’ piacevolmente e senza difficolta’ portandovi verso le quote piu’ alte del Cammino anche se la montagna leonese non raggiunge certo le asperita’ dei Pirenei. I paesini caratteristici esistenti tra queste montagne sopravvivono ancora proprio grazie al Cammino e per ricompensa il pellegrino viene immerso in una atmosfera ferma nel tempo. La salita fino a Rabanal del Cammino e’ continua ma comoda e nell’ultimo tratto si sviluppa all’ombra di un bosco di roveri.
6° giorno: Rabanal – Ponferrada 32,6 km, 8 h di cammino
Oggi raggiungerete uno dei luoghi piu’ emblematici del Cammino: la Cruz de hierro (croce di ferro), un palo di legno con una piccola croce di ferro che sembra congiungere terra e cielo, alla cui base si e’ formata una montagnola di pietre portate dai pellegrini ormai da secoli. Il paesaggio e’ spopolato, l’aria e’ limpida e il dislivello non preoccupa. Poco oltre toccherete il punto piu’ alto del Cammino (1517m). Poi la lunga discesa con arrivo a Ponferrada e sistemazione in albergo a godersi il meritato riposo per la lunga scarpinata.
7° giorno: Ponferrada – Villafranca del Bierzo 21 km, 4.30 h di cammino
Il Cammino si sviluppa nel Bierzo, la lunga valle leonese racchiusa tra la cordigliera Cantabrica, i Montes de Leon e il massiccio Galaico. Prima di entrare a Villafranca incontrerete, isolata, la chiesa romanica di Santiago famosa per lo splendido portale detto Porta del Perdon: Callisto III le conferi’ il privilegio dell’indulgenza per tutti i pellegrini, ammalati o moribondi, che non potendo arrivare a Compostela si fermavano qui e passavano sotto la porta, definita quindi del perdono. La seconda parte del percorso e’ caratterizzata da vigneti de Bierzo che tappezzano le colline attorno al cammino sino a Villafranca.
8° giorno: Villafranca del Bierzo – Ambasmestas 16 km, 4 h di cammino 
Salendo il passo del Cebreiro si lascia la Castiglia per addentrarsi nell’affascinante Galizia. Buona parte del cammino e’ in salita che a tratti puo’ diventare impegnativa. Arrivo ad Ambasmestas.
9° giorno: Ambasmestas - O Cebreiro 13km, 3.30 h di cammino
Meta di oggi e’ uno dei luoghi piu’ carichi di suggestivita’ del Cammino ma per arrivarci servono sforzi e pazienza. Dopo un lungo tratto percorso sull’asfalto (a meno che non preferiate una dura variante in salita) raggiungerete O’Cebreiro, luogo magico e isolato spesso in una nebbia che ne aumenta la suggestione. La sua storia e’ legata al miracolo eucaristico della trasformazione in carne e sangue dell’ostia e del vino davanti alla fede del contadino che affronta la tormenta per salire ad ascoltare la Messa.
10° giorno: O Cebreiro – Triacastela 21 km, 5 h di cammino
Oggi vi attende un percorso paesaggisticamente molto bello attraverso la terra collinare e rurale della verdeggiante Galizia dove appezzamenti agricoli e pascoli si alternano a fitti boschi. Nel continuo saliscendi di questi colli attraverserete piccoli villaggi in pietra dall’antica bellezza abitati da poche persone che ancora resistono alla sfida dei tempi moderni. Giungerete infine a Tricastela, sviluppatasi economicamente - oltre che per il Cammino - per l’estrazione di una pietra calcarea della zona trasformata in calce per costruzioni.
11° giorno: Triacastela – Sarria 18 km, 4.30 h di cammino
La tappa di oggi vi fara’ proseguire in Galizia fino a Sarria, camminando attraverso una terra spesso umida.
12° giorno: Sarria – Portomarin 21 km, 5 h di cammino
Lasciata Sarria percorrerete un bosco fitto alternato a dolci campagne. Tra Brea e Ferreiros incontrerete il cippo che indica la distanza di 100 km da Santiago, un simbolo forte per il pellegrino che sembra poter moltiplicare le energie del camminatore. Sparse nella campagna vedrete molte costruzioni rettangolari in pietra e legno adibite alla conservazione del mais (horreo). Attraversando il rio Mino su un gigantesco ponte moderno entrerete finalmente a Portomarin, importante centro medievale che anticamente si sviluppava su entrambe le rive del rio.
13° giorno: Portomarin – Palas de Rei 24 km, 5.30 h di cammino
Partendo da Portomarin passerete il lago artificiale di Gonzar e Castromaior da dove incontrerete boschi di eucalipto dal profumo intenso. Breve e intensa salita prima dell’ultimo tratto verso Palas del Rei.
14° giorno: Palas de Rei – Arzua 30 km, 7.30 h di cammino
Il paesaggio e’ verde e ondulato e propone l’attraversamento di ruscelli e un continuo di saliscendi.
15° giorno: Arzua – Rúa 20 km, 4.30 h di cammino
La tappa odierna vi portera’ attraverso un paesaggio naturale ricco di paesini di pietra, frutteti e prati fino a Rua.
16° giorno: Rúa – Santiago 20 km, 4.45 h di cammino 
Riprendendo il Cammino potrete godere di un ultimo tratto di intimita’ da assaporare prima di avvicinarvi alla meta finale. Salirete il monte de Gozo (monte della gioia) da dove i pellegrini, di ieri e di oggi, possono scorgere per la prima volta in lontananza la citta’ di Santiago e le torri della sua imponente cattedrale. Attraversata la parte moderna della citta’, entrando da Plaza San Pedro, si giunge finalmente nella citta’ vecchia e, superato il Portico della Gloria, alla tomba dell’apostolo San Giacomo dove il Cammino finalmente si compie.
17° giorno: a disposizione per la visita di Santiago de Compostela e/o andiamo con i mezzi pubblici fino a Finistere ove si scorgera’ e si percepira’ l’imponenza dell’Oceano Atlantico. In questo luogo troviamo, oltre al faro sulla punta estrema della spagna, il Cippo indicante il Km ZERO.
18° giorno: Rientro verso gli aeroporti italiani di provenienza ricchi di ricordi e nostalgie del percorso compiuto.



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Isee , sentenza Consiglio di Stato. Da Superando.it



Superando.it del 05/03/2016.

Nei giorni scorsi il Consiglio di Stato ha confermato quanto stabilito poco più di un anno fa dal TAR del Lazio, che aveva sottolineato alcuni princìpi rilevanti rispetto alla Legge sul nuovo ISEE, l’Indicatore della Situazione Economica Equivalente richiesto per l’accesso a varie prestazioni sociali agevolate. Un ampio approfondimento elaborato dal Servizio HandyLex.org, di cui suggeriamo caldamente la consultazione, analizza la situazione attuale, dopo quei provvedimenti, e anche alcuni elementi che il Consiglio di Stato non ha toccato.
Come avevamo ampiamente riferito poco più di un anno fa, tre Sentenze del Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio (n. 2454/15, n. 2458/15 e n. 2459/15), si erano pronunciate su altrettanti ricorsi presentati contro il Decreto del Presidente del Consiglio (DPCM) 159/13 e cioè il Regolamento concernente la revisione delle modalità di determinazione e i campi di applicazione dell’Indicatore della Situazione Economica Equivalente (ISEE). Quest’ultimo, com’è ben noto, riguarda milioni di cittadini italiani, in quanto l’ISEE viene richiesto ad esempio per l’accesso alle prestazioni sociali agevolate, ovvero a tutti i servizi o gli aiuti economici rivolti a situazioni di bisogno o necessità (prestazioni ai non autosufficienti; servizi per la prima infanzia; agevolazioni economiche sulle tasse universitarie; agevolazioni per le rette di ricovero in strutture assistenziali; eventuali agevolazioni su tributi locali).
Quelle Sentenze, lo ricordiamo, avevano respinto una serie di elementi sollevati dai ricorrenti, ma avevano invece accolto due contestazioni centrali nell’impianto di calcolo dell’Indicatore della Situazione Reddituale, ovvero una delle due componenti dell’ISEE (l’altra è quella Patrimoniale).
In sostanza – come riassume un ampio approfondimento pubblicato dal Servizio HandyLex.org – i tre provvedimenti, letti in modo combinato, stabilivano «di escludere dal computo dell’Indicatore della Situazione Reddituale i “trattamenti assistenziali, previdenziali e indennitari, incluse carte di debito, a qualunque titolo percepiti da amministrazioni pubbliche” (art. 4, comma 2 lettera f)», ovvero «tutte le pensioni, assegni, indennità per minorazioni civili, assegni sociali, indennità per invalidità sul lavoro, assegni di cura, contributi vita indipendente ecc.»; di annullare, inoltre, il DPCM 159/13 «nella parte in cui prevede un incremento delle franchigie per i soli minorenni (art. 4, lettera d, n. 1, 2, 3)».
Successivamente, la Presidenza del Consiglio, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e quello dell’Economia e delle Finanze avevano proposto ricorso contro quelle tre Sentenze presso il Consiglio di Stato e la Sezione IV di quest’ultimo, il 29 febbraio scorso, ha respinto i ricorsi (Sentenze n. 838/16, n. 841/16 e n. 842/16), confermando le tesi del TAR del Lazio.

Nel suggerire caldamente ai Lettori la consultazione del citato approfondimento di HandyLex.org, che analizza in modo ampio tutti i risvolti dei provvedimenti assunti dal Consiglio di Stato, ne riportiamo qui alcuni rilievi, a partire da quando viene sottolineato che quelle Sentenze, al momento, «generano una situazione di ampia incertezza applicativa e operativa».
Sempre secondo HandyLex.org, poi, la portata delle Sentenze stesse «è nulla su molti altri delicati aspetti dai risvolti forse ancora più gravi che non il censurato computo delle provvidenze assistenziali», tra cui «la mancata possibilità di detrazione delle spese sanitarie nel caso degli incapienti (cioè redditi bassi); il trattamento di severo minor favore nel caso di ricovero in RSA [Residenza Sanitaria Assistenziale, N.d.R.], che colpisce in particolare i nuclei in cui siano presenti persone anziane non autosufficienti; l’impossibilità per i minori di ottenere l’ISEE ridotto (motivo per il quale erano state previste franchigie più elevate ora cassate dal Consiglio di Stato); la mancata considerazione, nelle scale di equivalenza, della presenza di un caregiver [assistente di cura, N.d.R.] nel nucleo familiare; la mancata considerazione che alcuni patrimoni mobiliari e immobiliari sono destinati al “dopo di noi”».
«In questo scenario – è la conclusione – vi è un welfare territoriale sempre più fragile e dipendente dalla fiscalità locale o da riparti di fondi progressivamente più esigui e che pertanto esercita la leva della maggiore compartecipazione alla spesa o, di converso, nella riduzione dei sostegni e dei servizi». (S.B.)

Ricordiamo ancora l’ampio approfondimento elaborato dal Servizio HandyLex.org, sulle Sentenze prodotte il 29 febbraio scorso dal Consiglio di Stato, testo di cui suggeriamo la consultazione ai Lettori.



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Isee, basta contestarlo per togliere le indennità dal reddito di Sara De Carli



Vita.it del 19/04/2016. di Sara De Carli

È possibile contestare l’Isee calcolato con le indennità incluse nel reddito: il ricalcolo dell’Inps recepisce quando stabilito dalle sentenze del Consiglio di Stato, avvantaggiando le famiglie. Chiarimenti anche sul fronte dei servizi sociali e sociosanitario: vale per tutti l’Isee ristretto.

Sul sito dell’Inps, nella sezione Isee, da qualche giorno è comparso un nuovo bottone, quello della “contestazione”. È la strada per correggere l’Isee calcolato secondo le regole che invece a fine febbraio il Consiglio di Stato ha dichiarato illecite. Contestando l’Isee si possono quindi inserire pari a zero le indennità.

(la sentenza del Consiglio di Stato aveva infatti stabilito che non sono da considerare nell’Indicatore della Situazione reddituale le provvidenze ed i benefici economici erogati dallo Stato per “compensare” la condizione di disabilità) e chiedere l’applicazione delle franchigie massime nel caso di adulti maggiorenni (per i minorenni erano previste dal nuovo Isee franchigie più alte). «

Ho fatto la contestazione settimana scorsa, appena l’Inps ha inserito questa possibilità sul sito», spiega Maria Simona Bellini, presidente del Coordinamento Nazionale Famiglie di Disabili Gravi e Gravissimi: «Ho già la risposta, con un Isee corret to: non vengono inserite le indennità di accompagnamento e sono state applicate correttamente le franchigie.Il risultato cambia completamente».

La strada quindi pare aperta. Diverse altre famiglie che nei giorni scorsi avevano chiesto la rideterminazione dell’Isee hanno ricevuto dall’Inps (al Coordinamento hanno raccolto più di una comunicazione proveniente da territori diversi e a firma di diversi dirigenti ma con identico testo) che è possibile correggere l’Isee applicando la Sentenza del Consiglio di Stato che lo ha reso illegittimo: «Sotto il profilo pratico e procedurale, onde evitare la perdita di opportunità, si fa presente che l’attestazione Isee rilasciata dall’Inps può essere contestata per far rilevare le inesattezze riscontrate nei dati relativi ai trattamenti acquisiti dagli archivi dell’Inps».

Il punto è che il calcolo corretto non avviene in automatico: la premessa necessaria è la contestazione. «Quindi è importantissimo che la notizia di questa opportunità arrivi a tutte le famiglie.

Fino a poco fa sul sito dell’Inps c’era solo la possibilità di rettifica, ora c’è la contestazione. Chi ha presentato l’Isee online può contestarlo online, chi l’ha fatto tramite Caf deve farlo tramite Caf: alcuni sono disponibili, altri dicono di non sapere nulla, ma nei fatti abbiamo visto che basta cambiare Caf per accedere alla contestazione».

L’altro tema è quello delle famiglie che nemmeno hanno presentato l’Isee, sapendo che con le regole in vigore e quindi con il conteggio delle indennità sarebbero stati comunque al di sopra delle soglie stabilite dai Comuni per i servizi: «Il mio suggerimento è di farlo ora e nel caso in cui le indennità venissero automaticamente inserite nel reddito, procedere alla contestazione».

In questi giorni c’è anche una seconda novità sul fronte Isee: per tutti i servizi di natura sociale e sociosanitaria rivolti alle persone con disabilità deve essere applicato l’Isee ristretto.

Molti Comuni e anche Regione Lombardia avevano infatti interpretato il Dpcm 159/2013 in modo da escludere alcuni servizi rivolti alle persone con disabilità (tra cui CSE e SFA) da quelli per cui è possibile richiedere l’applicazione dell’Isee ristretto per la compartecipazione alla spesa.

Ora invece l’INPS ha chiarito definitivamente la questione pubblicando sul proprio sito le FAQ sull’Isee: tra i quesiti a cui dà risposta ce n’è uno (V_27 del 26 gennaio 2016, a pagina 47) che riguarda proprio il campo di applicazione dell’ISEE sociosanitario. «

Quale Isee richiedere per concedere prestazioni agevolate (integrazioni rette) in ordine alla frequenza di un CSE?», recita la domanda. «In estrema sintesi si afferma che il CSE deve essere ricompreso tra i servizi per cui chieder e l’ISEE sociosanitario purché la persona abbia ottenuto il riconoscimento formale del grado di disabilità non autosufficienza», risponde l’Inps. «Conformemente a quanto già affermato dal nostro servizio legale, Inps ritiene che tutti i servizi, sia quelli di natura sociale, sia quelli di natura sociosanitaria rivolti alle persone con disabilità siano da ricomprendere nella nozione di prestazione agevolata di natura sociosanitaria e quindi debba essere applicato l’Isee ristretto», commenta Gaetano De Luca, avvocato del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi di Ledha, nel diffondere la notizia.

Per Alberto Fontana, presidente di Ledha, «sulla base di quanto affermato dall’Inps in questa risposta, chiediamo che Regione Lombardia intervenga sulle linee guida pubblicate lo scorso marzo e le modifichi, applicando così un criterio che garantisca un’equa compartecipazione alle spese per le persone con disabilità».



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Anche a Bologna abbiamo festeggiato il braille, di Irene Balbo



In Italia il 21 febbraio di ogni anno è una giornata speciale per chi non vede, una delle più speciali, è la giornata del braille.

Il braille, pensano alcuni, è una scrittura del passato, ormai con un pc, uno smartphone, un audiolibro, a che serve imparare a bucherellare la carta con un punteruolo o con una strana macchina da scrivere?

L’Unione Italiana ciechi e molti ciechi che con il braille hanno acquisito una reale autonomia in lettura e scrittura, non la pensano così. Anche a Bologna siamo fans di Louis Braille e della sua geniale rivoluzione. Così lo scorso 21 febbraio all’altro spazio, un locale nel centro della città, che dedica particolare attenzione ai clienti con da disabilità visiva, abbiamo provato a dedicargli una giornata.

Abbiamo pensato che il modo migliore per festeggiare questo giorno, fosse dimostrare, se qualcuno ancora ne dubitasse, che non è affatto giunto il tempo che il braille vada in pensione, ma anzi, quanto sia fondamentale che, soprattutto i bambini ciechi, lo apprendano fin dalla prima elementare, così come i loro compagni vedenti, che poi useranno pc e tablet, imparano a scrivere con la penna. Per raggiungere questo obiettivo abbiamo organizzato un pomeriggio di lettura di testi scritti proprio con questo alfabeto, ad opera di alcune persone che leggono quotidianamente usando questo sistema.

Irene Balbo, Lorenza Mezzoprete e Claudia Piccioni ci hanno accompagnati in una velocissima galoppata nella storia dei ciechi che, senza il braille, sarebbe stata molto diversa.

Ascoltare questi brani ha dimostrato come, se praticato con regolarità ed appreso fin da piccoli, il braille può garantire una lettura fluida e piacevole, come avviene per chi usa carta e penna.

Prima delle letture, Kedrith Shalari, una giovane studentessa universitaria non vedente, ha inquadrato la figura di Louis Braille, un uomo che ha saputo andare oltre la propria sfortuna, che lo ha visto protagonista di un incidente durante l’infanzia, causa della sua cecità, riuscendo ad elaborare un geniale alfabeto che ancora oggi utilizzano i ciechi di tutto il mondo.

I brani scelti andavano da testi di Augusto Romagnoli che raccontava la situazione dei ciechi all’inizio del secolo scorso, a quelli di Aurelio Nicolodi, fondatore dell’Unione Italiana ciechi, che proseguiva il percorso di emancipazione iniziato da Romagnoli.

Abbiamo poi letto una poesia di Maria Motta, poetessa cieca milanese, fondatrice del movimento apostolico ciechi, per passare poi, proprio a dimostrazione di quanto il braille sia moderno, ad un’intervista del compianto Paolo Graziani, programmatore cieco, ideatore di una delle prime sintesi vocali italiane per il sistema operativo ms-dos.

Abbiamo concluso leggendo il brano di un libro dello scorso anno sui coloranti e le sofisticazioni alimentari, non tanto per il tema per altro molto attuale, quanto a riprova del fatto che, grazie ai computer, alla rete internet o ad uno scanner, qualsiasi libro cartaceo ormai può essere trascritto per i ciechi rapidamente, collegando ai dispositivi più moderni una stampante braille, esattamente come fanno le persone vedenti.

Il braille aiuta anche i musicisti, esistendo anche la possibilità della scrittura degli spartiti musicali, per questo ha voluto gentilmente tenerci compagnia il professor Paolo Giacomoni che ci ha intrattenuti con gioiosi brani della musica popolare italiana ed internazionale, che hanno fatto da sottofondo alle letture.

La giornata si è svolta con allegria e gioia, perchè braille significa possibilità di leggere e scrivere in autonomia, gioia di accarezzare con le dita una pagina scritta o un display braille e di sentire sotto i polpastrelli formarsi le parole, le immagini, le storie.

Qualcuno chiama il braille alfabeto, qualcuno codice, qualcuno addirittura il linguaggio dei ciechi, per l’autrice di questo breve racconto, il braille è soprattutto libertà, meraviglia e possibilità infinita di conoscere. Ringraziamo tutte le persone che sono venute ad ascoltarci, Paolo Giacomoni, Kedrith Shalari e le nostre lettrici, ma soprattutto Louis Braille senza il quale per i ciechi sarebbe stato molto più faticoso accedere all’immensità della cultura.



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Scuola e disabili. Da Redattore Sociale



Redattore Sociale del 06/03/2016.Scuola: in Italia circa 235 mila alunni con disabilità, il 2,7% del totale degli studenti. Nonostante, nel nostro Paese, gli alunni con disabilità iscritti nell’anno scolastico 2014/2015 siano stati quasi 235 mila (in crescita del 3% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno) gli istituti italiani presentano numerose barriere che non li rendono inclusivi. La foto scattata da Exposanità.

ROMA. Nonostante, nel nostro Paese, gli alunni con disabilità iscritti nell’anno scolastico 2014/2015 siano stati quasi 235 mila- 2,7% del totale, in crescita del 3% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno- gli istituti italiani presentano numerose barriere che non li rendono inclusivi. Tra queste, l’assenza di segnali visivi, acustici e tattili per favorire la mobilità all’interno della scuola di alunni con disabilità sensoriali; la mancanza di percorsi interni ed esterni accessibili; la scarsa presenza di tecnologie informatiche per l’apprendimento.

Un grande limite se si considera che il 65,3% degli alunni con disabilità ha un deficit di tipo intellettivo, il 3,5% motorio, il 2,7% uditivo e l’1,6% visivo. Questa la fotografia scattata, su base dati Istat e Miur- Ufficio di statistica, da Exposanità (Bologna 18–21 maggio 2016)- l’unica manifestazione italiana dedicata ai temi della sanità e dell’assistenza, che propone momenti di approfondimento e iniziative sp eciali dedicate al tema dell’inclusività, dalla vita quotidiana, all’istruzione, dall’educazione, al tempo libero.

A tal proposito, verrà allestito un campo prove per testare le funzionalità delle sedie a rotelle piu’ innovative, mentre all’interno di Horus Sport sarà possibile praticare dal vivo le discipline paralimpiche piu’ diffuse.

Sarà attivata una ludoteca attrezzata con giochi accessibili a tutti e verrà realizzata un’area riservata al turismo accessibile.

Exposanità, ospiterà inoltre il Meeting Internazionale Iso, che dopo Gran Bretagna, Cina e Giappone, farà tappa a Bologna per parlare di standard Iso per carrozzine.

Cosi’ in un comunicato Exposanità. Tornando ai dati si evince che, per quanto riguarda il grado di scuola in cui sono inseriti, il 10% degli alunni disabili frequenta la scuola dell’infanzia, il 37% la scuola primaria, il 28% la scuola secondaria di I grado e il 25% la scuola secondaria di II grado.

L’incidenza piu’ elevata di alunni con disabilità si segnala in Abruzzo (3,3% sul totale degli alunni della regione), Lazio (3,2%) e Liguria (3%) mentre la Basilicata (2%), la Calabria (2,1%) e il Friuli-Venezia Giulia (2,1%) sono le regioni con il tasso piu’ basso.

Il sostegno gioca un ruolo chiave nell’integrazione. Nel nostro Paese il rapporto tra numero di alunni con disabilità e posti per il sostegno, dopo aver raggiunto quota 2,09 nell’anno scolastico 2009–2010, e’ ritornato a 1,85 nell’anno 2014–2015. Il rapporto e’ piu’ basso nelle regioni del Sud Italia: in Molise viene affidato un incarico per il sostegno ogni 1,38 alunni con disabilità, in Calabria, uno ogni 1,49. Viceversa, il rapporto aumenta al Nor d, dove spiccano Veneto (2,10) e Liguria (2,09).

Le barriere tecnologiche: circa un quarto delle scuole non ha postazioni informatiche destinate alle persone con disabilità.All’interno del percorso di inclusione dello studente disabile nel progetto educativo della classe, la tecnologia ha il ruolo fondamentale di ‘facilitatore’.

Con riferimento alla scuola primaria e secondaria di I grado, circa un quarto delle scuole non possiede strumenti informatici destinati alle persone con disabilità. L’ideale sarebbe avere all’interno dell’aula stessa una postazione informatica con periferiche hardware speciali e programmi specifici per l’insegnamento, ma solo 4 scuole primarie su 10 (39,3%) e poco piu’ di un terzo delle secondarie di primo grado (36,6%) hanno aule dotate di queste attrezzature.

La maggior parte utilizza i laboratori già presenti: sono quasi 6 su 10 le primarie italiane (58,7%) e secondarie di primo grado (56,6%). Per quanto riguarda gli strumenti didattici compensativi se il 35% non ne fa uso, e’ ben il 25% degli alunni ad avvalersi di software per l’apprendimento.

Piu’ in generale, a disposizione degli studenti affetti da disabilità, pc, tablet, registratori, lettori cd/dvd, fotocamere che permettono la personalizzazione della didattica (per il 47% degli alunni con sostegno), continua Exposanità.

Le barriere architettoniche: Oltre al sostegno didattico, gli alunni con disabilità necessitano di servizi per il superamento delle barriere architettoniche, come scale a norma, ascensori, servizi igienici specifici, segnali visivi, tattili e acustici, percorsi interni ed esterni che facilitino gli spostamenti.

Se in Italia si registra una percentuale abbastanza alta di scuole che hanno scale a norma (82,4% di scuole primarie e 89,5% di secondarie di I grado) e servizi igienici a norma (80,6% di scuole primarie e 84,3% di secondarie di I grado), rimangono appannaggio di pochi istituti le mappe a rilievo e i segnali visivi, acustici e tattili che sono presenti in solo tre scuole su dieci, sia a livello primario (29,3%) sia secondario di I grado (30,1%).

Situazione leggermente migliore, seppur insufficiente, per quanto riguarda percorsi interni ed esterni facilmente accessibili: solo il 42,9% delle scuole primarie e il 44,1% di secondarie di I grado ne e’ dotata. "La scuola de ve essere il luogo dell’inclusione per eccellenza in fatto di strutture e strumenti tecnologici che mette a disposizione ma soprattutto per il ruolo che svolge per l’affermarsi di una cultura dell’apertura e dell’accettazione per l’altro che non puo’ trovare terreno piu’ fertile che a scuola, appunto.

Exposanità offrirà una serie di appuntamenti pensati per coloro che seguono gli alunni con necessità speciali- famiglie, insegnanti di sostegno, logopedisti, fisioterapisti e terapisti occupazionali- in un ciclo di iniziative che spazieranno dalla comunicazione aumentativa, ai disturbi dell’elaborazione sensoriale, ai prodotti informatici in fatto di tecnologie assistive", afferma Marilena Pavarelli, Project Manager di Exposanità. (DIRE)



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Alunni ciechi? Togliamogli il sostegno e creiamo centri di supporto alla scuola, Di Luciano Paschetta



Vita.it del 01/02/2016.Alunni ciechi? Togliamogli il sostegno e creiamo centri di supporto alla scuola di Luciano Paschetta

Luciano Paschetta, referente nazionale FAND per l’istruzione, ci scrive in merito all’articolo sull’esperienza di inclusione scolastica degli alunni ciechi del Centro di Brescia. È un tema caldo, soprattutto dopo la proposta di aprire una nuova scuola specializzata a Padova. La proposta finale? A scuola senza insegnanti di sostegno, ma con l’appoggio di centri specializzati. Un lungo intervento, da leggere fino alla fine.

Ho letto l’articolo di Sara De Carli dal titolo “Inclusione scolastica dei bambini ciechi, a Brescia un modello per l’Italia”, dove il sottosegretario Davide Faraone ha “visto giusto”. Mi sono venute spontanee alcune considerazioni sull’evoluzione del modello di inclusione dei disabili visivi: purtroppo non sempre positive come a Brescia. Ritengo allora utile, a dimostrazione della validità del modello bresciano, ripercorre in estrema sintesi i momenti principali che hanno caratterizzato il processo di scolarizzazione dei disabili visivi.

Inclusione scolastica dei bambini ciechi: una storia a sé e poco conosciuta.La scolarizzazione dei ciechi è diventata “istituzionale” quando negli anni ‘20 lo Stato italiano ha definito i programmi di insegnamento a livello nazionale con la riforma Gentile del 1923 e con una specifica normativa del 1925, che fissava l’obbligo di istruzione dei bambini ciechi fino a 14 anni.

Forse pochi sanno che quel modello di scolarizzazione non era per niente emarginante, viceversa era un modello “inclusivo ante litteram”: a partire dal 1925 infatti i bambini con disabilità visiva frequentarono nelle scuole elementari speciali - operanti negli Istituti per ciechi - solo il primo ciclo della scuola elementare (fino alla terza), mentre dalla quarta elementare i ragazzi proseguivano gli studi, senza alcun docente di sostegno, nelle scuole elementari prossime all’Istituto, poi nelle scuole medie della città e così via.

In tal modo negli anni ‘30 e ‘40 centinaia di giovani disabili visivi hanno frequentato con successo le scuole di tutti, senza il bisogno della presenza in classe di un insegnante di sostegno, ma con il supporto esterno di un Istituto per ciechi.

Fu a partire dal 1953, dall’approvazione della legge che statalizzava le scuole elementari speciali per ciechi, che i ragazzi con disabilità visiva furono “costretti” alla frequenza fino in quinta elementare delle scuole speciali e nel 1963, con l’avvento della scuola media unica, grazie ad una interpretazione surrettizia della legge, saranno “obbligati” a frequentare la nuova scuola media unica speciale, nata dalla trasformazione delle preesistenti scuole speciali di avviamento professionale annesse agli Istituti per ciechi.

Gli anni ’50 e’60 rappresentarono quindi il momento più buio del processo di scolarizzazione dei ragazzi con disabilità visiva e non: sono di questi anni anche la nascita delle classi differenziali e delle classi speciali statali. In particolare i disabili visivi, senza alcuna valida motivazione pedagogica, videro allungarsi la loro "chiusura” nelle scuole speciali, dagli iniziali tre anni fino a tutti gli otto anni dell’obbligo scolastico.

Nel 1968 il movimento dei genitori si mosse per recuperare il diritto all’inclusione scolastica dei propri figli, un diritto che agli alunni non vedenti era stato “scippato” da provvedimenti ispirati più dalla necessità di salvaguardare le istituzioni speciali che dalla riflessione tiflopedagogica. Un anno prima della legge 517, nel 1976 con la legge 360, i disabili visivi vinsero la battaglia e “recuperarono” il diritto all’inclusione scolastica nella scuola di tutti.

Sarà poi la legge 517 - o meglio le modalità della sua applicazione - a condizionarne negli anni successivi il modello di inclusione. Essa indicava come “strumenti” per l’integrazione dei ragazzi con disabilità una didattica inclusiva e prevedeva la flessibilità del curriculum, attività integrative e momenti anche individuali: è in questa “scuola incusiva” che sarebbe stato possibile l’inserimento dei disabili anche con l’assegnazione alla classe di una figura di “sostegno” per alcune ore la settimana.

Il docente di sostegno, fermo restando una trasformazione della didattica, doveva supportare il consiglio di classe in una programmazione didattica inclusiva: questa figura viceversa, senza una adeguata modifica del contesto scuola divenne via via divenne l’unico riferimento per gli alunni con disabilità e il numero di ore della sua presenza in classe si rivelarono ben presto insufficienti.

Ovviamente il sostegno venne richiesto anche là dove vi erano alunni con disabilità visiva.Di qui in poi verrà organizzata la formazione dei docenti di sostegno, dapprima in modo confuso e disorganico poi - considerata la presenza nelle classi per la stragrande maggioranza dei casi di disabili con ritardi di apprendimento – a partire dagli anni ’80 si afferma una formazione con una impostazione che via via andrà verso una deriva sempre più “generalista” e sempre meno attenta ai bisogni specifici derivanti dalle diverse tipologie di disabilità.

A sostegno dei nostri ragazzi troviamo così sempre più spesso insegnanti che poco o nulla sanno di tiflopedagogia e tiflodidattica e la cui opera, ispirata ad un “buonismo” protettivo, a volte favorirà addirittura l’isolamento dell’alunno dal contesto della classe.Il modello che avrebbe dovuto esserciIn tutti questi anni, nel frattempo, gli alunni ciechi e ipovedenti hanno continuato a frequentare con successo le scuole superiori nelle classi comuni, integrandosi sia sul piano scolastico sia su quello della socializzazione, secondo il “vecchio” modello: ovvero senza alcun docente di sostegno.

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 1988, che apriva la scuola superiore a tutti i disabili, anche qui si affermava il modello di inclusione “centrato” sul docente di sostegno e conseguentemente, a partire dagli anni ’90, anche i disabili visivi - cosa mai successa fino ad allora - si vedranno affiancare un docente di sostegno che, spesso impreparato al compito, produrrà una ulteriore “involuzione” del processo di inclusione.

Un’altra motivazione dell’involuzione dell’inclusione scolastica dei disabili visivi è la progressiva “dispersione” delle competenze tiflopedagogiche e tiflodidattiche: l’istituto Romagnoli di Roma senza più il suo fondatore, il grande Augusto Romagnoli prematuramente scomparso nel 1948, diventò sempre meno autorevole, perse la sua funzione di punto di riferimento sulle tematiche dell’educazione e dell’integrazione sociale dei disabili visivi e negli anni ’70 si avvierà al suo declino quale centro di ricerca tiflopedagogica.

Anche la federazione delle istituzioni pro ciechi, in quegli anni refrattaria al processo di integrazione, si chiuderà sempre più in se stessa, diventando sempre più autoreferenziale, rimanendo anch’essa ai margini del movimento di rinnovamento culturale e scientifico della psicopedagogia che in quel periodo caratterizzava le università italiane.

Questa “assenza” della tiflologia nel dibattito psicopedagogico in corso e il numero proporzionalmente “insignificante” (meno del 2%) di disabili visivi in rapporto alla totalità dei disabili inseriti nei vari ordini di scuola fa crescere l’idea della formazione polivalente e della necessità di superare le specializzazioni dei docenti di sostegno.

Sarà in questo clima culturale che verranno definiti i principi fondanti della legge quadro 104 del 1992, dove l’attenzione alle specificità per ciechi e sordi viene demandata all’“assistente alla comunicazione” senza però che venissero definiti né il profilo professionale né il percorso formativo di tali assistenti, con l’inevitabile conseguenza che anche questi ruoli sono spesso affidati ad educatori privi di competenze specifiche.

L’esperienza di Brescia rappresenta una delle poche “reazioni positive” a questo clima di disattenzione alle specificità e realizza la linea che l’Unione Italiana dei Ciechi nel 1992, superati i precedenti tentennamenti circa l’inclusione, ha indicato: la via da percorrere sono i centri erogatori di servizi a sostegno dell’integrazione scolastica, invitando gli istituti per ciechi a trasformarsi in tal senso.

Fu questa una svolta importante, anche se tardiva e realizzata in modo disomogeneo dalle varie realtà. Essa avrebbe significato prendere consapevolezza dell’importanza di recuperare l’esperienza tiflopedagogica delle nostre istituzioni, per metterla a servizio del processo di inclusione. Ciò è avvenuto purtroppo solo in alcune realtà isolate: Brescia ne è una delle eccellenze.

E oggi, che fare?Oggi,

constatato il livello generale assolutamente insoddisfacente dell’inclusione scolastica dei ragazzi con disabilità visiva, partendo proprio da queste riflessioni sulla “nostra storia”, dobbiamo trovare il coraggio di andare oltre il modello di integrazione in atto, il coraggio di dire al sottosegretario Faraone e al ministro Giannini che ai ragazzi con disabilità visiva questo modello generalizzato di inclusione - nonostante si sia passati dalle 13 ore medie settimanali di sostegno dei primi anni ’90 alle attuali 25 ore medie settimanali e nonostante gli elevatissimi costi - non è servito a garantire una positiva frequenza delle scuole né a favorire una loro reale inclusione sociale.

Dobbiamo avere il coraggio di dire che per l’inclusione dei disabili visivi, il modello vincente è quello che lo stesso sottosegretario Faraone ha visto a Brescia.

Partendo di lì dobbiamo trovare il coraggio di dire ai genitori che chiedere il rapporto uno a uno non serve a migliorare la qualità dell’inclusione dei propri figli e che è dimostrato che non serve nemmeno aumentare le ore di sostegno per elevare il livello dell’inclusione.

Dobbiamo trovare il coraggio di dire che dopo i primi anni della scuola primaria non serve un modello di inclusione imperniato sull’affiancamento di un insegnante di sostegno ma serve un modello incentrato su “centri di sostegno” capaci di fornire servizi e strumenti che rendano i ragazzi autonomi nel seguire le lezioni dei docenti titolari.

Dobbiamo trovare il coraggio di proporre un modello che tenga presente che per garantire il successo scolastico di un alunno con disabilità visiva non serve mettergli a fianco un docente di sostegno, ma serve un servizio di sostegno che non sottragga l’allievo all’insegnamento dei docenti titolari, ma fornisca loro le indicazioni perché essi riescano ad interagire positivamente con lui.

Serve un servizio di sostegno alla scuola, che fornisca i libri di testo in braille , ingranditi o accessibli. Serve un servizio di sostegno per insegnare l’uso del pc con le periferiche assistive al momento giusto; per una educazione all’autonomia personale, di lavoro e di movimento, per rendere capaci gli alunni con disabilità visiva di essere sempre più autonomi negli spostamenti e nel lavoro didattico;

serve un servizio di sostegno che non si sostituisca ai docenti titolari, ma illustri loro l’uso degli strumenti e dei sussidi didattici specifici; serve un sostegno con specifiche competenze per rendere efficaci gli insegnamenti di discipline particolari quali l’educazione musicale ed artistica.È questo tipo di sostegno che in passato ha permesso ai ragazzi con disabilità visiva di frequentare autonomamente e con successo la scuola di tutti senza docenti di sostegno, e sono questi servizi, come dimostra l’esperienza di Brescia, che dovrebbero essere garantiti a tutti gli alunni con problemi di vista.

E le risorse? Partendo da una “razionalizzazione” dell’esperienza di Brescia e della spesa complessiva: fornire i servizi di sostegno consentirà di recuperare fondi dalla conseguente diminuzione delle ore di sostegno che, come ricordato sopra, oggi sono mediamente oltre 15 settimanali per il docente di sostegno e dieci per l’ assistenza alla comunicazione in classe e/o a domicilio per ciascun alunno con disabilità visiva.



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Disabili sensoriali, indagine Istat, di Maria Giovanna Faiella



Disabili sensoriali, indagine Istat.

Il Corriere della Sera del 06/03/2016.

Disabili sensoriali, 6 su 10 confinati in casa: troppi ostacoli e barriere 


Un milione 700 mila italiani hanno una disabilità sensoriale, di questi circa un milione 200 mila hanno una minorazione della vista, 326 mila dell’udito, 189 mila hanno disabilità sia visive che uditive: sei su dieci sono confinati in casa, a letto o su una sedia non riuscendo a compiere i più elementari gesti quotidiani come lavarsi, vestirsi, uscire, prendere un mezzo pubblico. Spesso, infatti, queste persone, oltre a problemi di vista e di udito hanno anche difficoltà motorie o danni permanenti da deficit cognitivi.

Per la prima volta uno studio «La popolazione italiana con problemi di vista e udito» - presentato a Roma - realizzato dall’Istat in collaborazione con la Lega del Filo d’Oro, fa luce su questo universo di persone “invisibili”.
 Lo studio. Secondo la ricerca, due persone sordocieche su tre sono donne, mentre circa l’88% ha più di 65 anni. Circa 108 mila persone sono di fatto confinate in casa, non essendo in grado di provvedere autonomamente a se stesse a causa di altre gravi forme di disabilità che spesso si aggiungono ai problemi di vista e udito.

Secondo lo studio dell’Istat, circa la metà delle persone sordocieche presenta anche una disabilità motoria. Quattro su dieci hanno anche danni permanenti dovuti a disabilità intellettiva, mentre disturbi del comportamento e malattie mentali riguardano quasi un terzo dei sordociechi.

Solo il 36% del totale non presenta invalidità aggiuntive rispetto ai problemi legati a vista e udito, mentre ben il 21,6% somma a queste almeno altre due forme di invalidità.

Sette sordociechi su dieci hanno difficoltà ad essere autonomi nelle più semplici attività quotidiane come lavarsi, vestirsi, mangiare, uscire da soli. Anche a causa di questa difficoltà ad affrontare la vita senza un sostegno esterno, sei su dieci sono di fatto confinati in casa, sul letto o una sedia.
 Ambiente ostile. Circa 20 mila persone, poi, assommano tutti e tre i livelli di difficoltà (di movimento, nelle più semplici funzioni quotidiane, confinamento), di fatto vivendo in uno stato di dipendenza assoluta e di bisogno di assistenza nell’intero arco della giornata.

Gli ostacoli li incontrano anche coloro che hanno una sola disabilità, o visiva o uditiva. «Su circa un milione 200 mila italiani con problemi alla vista, – dice Alessandro Solipaca, ricercatore dell’Istat– due su tre hanno serie difficoltà a utilizzare un mezzo di trasporto, più del 72% non può uscire di casa quando vuole a causa di barriere architettoniche, percentuale che arriva all’87% tra chi ha problemi sia di vista che di udito». 
 Minori a rischio di isolamento. Dalla ricerca emerge che sono circa 10 mila minori iscritti alle scuole primarie e secondarie con disabilità sensoriali legate alla vista o all’udito. Sono ragazzi perlopiù nati con una disabilità sensoriale, immersi nel buio o nel silenzio.

Nella maggior parte dei casi, però, si tratta di bambini e ragazzi che vivono una condizione estremamente complessa poiché associano al deficit sensoriale altre disabilità, come quella intellettiva o motoria, disturbi dello sviluppo, del linguaggio, dell’apprendimento. 
 Emergenza. «

Lo studio evidenzia che la disabilità sensoriale interessa un numero molto ampio di persone che affronta quotidianamente diverse criticità, dovute anche all’assenza di interventi, servizi e ausili che consentirebbero loro di sperimentare condizioni di vita migliore, sia nelle attività che nei livelli di partecipazione sociale – afferma Linda Laura Sabbadini, direttore del Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali dell’Istat – .

I dati dimostrano che molto spesso è l’ambiente di vita a condizionare l’inclusione sociale delle persone con deficit sensoriale, per la presenza di barriere fisiche e sociali e la scarsa possibilità di usufruire di ausili, aiuti e servizi». «È una vera e propria emergenza – aggiunge Rossano Bartoli, segretario generale della Lega del Filo d’Oro – . Servono risposte immediate ai bisogni delle persone, a partire dalla piena attuazione della legge n. 107 del 2010, che riconosce alla sordocecità una disab ilità specifica unica, come già prevedeva dal 2004, a livello europeo, la Dichiarazione sui diritti delle persone sordocieche».




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L’accesso alla cultura sempre e per tutti, ventiquattresimo concorso di poesia, di Alberto Sabatini



L’accesso alla cultura sempre e per tutti.

Lo ha sottolineato Chiara Tirelli, presidente dell’UICI di Reggio Emilia (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), durante la cerimonia di premiazione del “XXIV Concorso Nazionale di poesia riservato ai non vedenti”, che ha visto la partecipazione di numerosi poeti provenienti da tutta Italia.

Primo classificato è risultato il bolognese Paolo Giacomoni, davanti al toscano Giancarlo Guerri e alla reggiana Jennifer Soli.

REGGIO EMILIA. «Ringrazio tutti i partecipanti e in particolare i rappresentanti delle Istituzioni per aver condiviso con noi questo importante evento nazionale, giunto alla sua ventiquattresima edizione.

L’integrazione passa prima di tutto dall’accesso alla cultura, che dovrebbe essere garantito sempre in tutte le sue forme, soprattutto se parliamo di persone con disabilità. Questo concorso ne è una giusta espressione e mi auguro che anche il prossimo anno, quando ricorreranno i venticinque anni dell’iniziativa, possano essere selezionati dalla giuria contributi letterari così toccanti ed emozionanti, come quelli di quest’anno».

Lo ha dichiarato Chiara Tirelli, presidente dell’UICI di Reggio Emilia (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), durante la cerimonia di premiazione del XXIV Concorso Nazionale di poesia riservato ai non vedenti, evento da noi ampiamente presentato nei giorni scorsi, cui hanno partecipato numerosi poeti provenienti da tutta Italia.

Primo classificato è risultato Paolo Giacomoni di Bologna, con la poesia A lei che torna, davanti a Giancarlo Guerri di Sovigliana (Firenze) con E adesso? e a Jennifer Soli di Reggio Emilia con Non capisco perché. Una segnalazione speciale della giuria è andata anche a Oscar Cascia di Roma, con Vespro. (S.G.)

Segue la poesia di Paolo Giacomoni:

A LEI CHE TORNA

Ti prego: forte voglio udire il tuo saluto di lontano dalla strada oltre il filare quando già i raggi della luna chiacchierano tra i nidi dei passeri.

Vola il tuo bacio allora dalla volta felice del cielo fin nelle oscure tane dei grilli.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Alberto Sabatini (Ufficio Stampa UICI Reggio Emilia), uicre@uiciechi.it, albertosabatini@live.it.



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Intervista a Paolo Graziani, di Gianluca Cordella



Il limite diventa scienza Paolo Graziani ricercatore

“La mia esperienza nella ricerca nasce dall’esigenza di soddisfare delle necessità personali di tutti i giorni. In poche parole ho cercato di trasformare quello che era un handicap nel suo contrario, in una competenza”.

Inizia così il racconto di Paolo Graziani, ex ricercatore di punta del Cnr e membro del Comitato tecnico scientifico nazionale dell’Istituto per la ricerca, la formazione e la riabilitazione istituito dall’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti.

"Ho perso la vista in età giovanile per una forma di retinite pigmentosa - racconta oggi il dottor Graziani -. Da bambino vedevo discretamente bene, poi durante l’adolescenza sono cominciati i problemi e prima dei trent’anni sono diventato completamente cieco.

Quando questo è accaduto lavoravo in un istituto di ricerca come tecnico elettronico; mi sono quindi posto il problema di come continuare a lavorare per poter restare in quell’ambito e mi sono rimesso a studiare.

Ho scelto la facoltà di matematica dell’Università. Non è stata tanto una vocazione a guidarmi - confessa -quanto un rapporto fra costi e benefici: era più abbordabile, aveva meno prove pratiche ed era, in un certo senso, più adatta a un non vedente rispetto, per esempio, a fisica.

Il mio piano di studi però fu subito rivolto al versante applicativo, perché il mio obiettivo era chiaro: la ricerca scientifica applicata.

Ci ho messo un po’ a laurearmi, anche perché continuavo a lavorare, ma alla fine ce l’ho fatta con una tesi sulla sintesi della voce e sui modelli dell’apparato vocale umano.

Quasi un indizio - sottolinea - su quello che sarebbe stato il mio futuro“. ”Quando si è presentata l’occasione - ricorda Paolo - ho partecipato a un concorso per diventare ricercatore e avere così più autonomia nella mia attività.

Subito dopo ho cercato di formare con alcuni colleghi un gruppo di lavoro che affrontasse i problemi dell’accesso all’informazione per i non vedenti. Era il momento del boom dell’informatica e avevamo individuato la voce sintetica come strumento utile per l’autonomia di ciechi e ipovedenti di fronte al computer.

Abbiamo quindi realizzato il primo sintetizzatore di voce in lingua italiana e ne abbiamo sviluppato l’applicazione come display sonoro al posto di quello visivo".

È proprio in questa fase della vita che Paolo Graziani raggiunge uno dei risultati più significativi della sua carriera: la realizzazione dello screen reader Parla, per l’ambiente Dos. "

Con l’arrivo dei pc - ricorda - l’informatica divenne un fenomeno di massa: mettemmo quindi a punto Parla, proprio con l’obiettivo di rendere il pc uno strumento di autonomia personale.

Ci ho messo impegno e dedizione, d’altra parte -scherza il dottor Graziani - la motivazione era prima di tutto personale: io per primo volevo conquistare questa autonomia.

Il programma comunque divenne in breve tempo il più utilizzato in Italia. Per l’epoca possiamo dire che si trattava di una vera eccellenza dell’artigianato italiano".

Un altro programma sviluppato da Paolo Graziani è stato Italbra, uno strumento prezioso nella composizione e trascrizione di testi Braille, tanto che attualmente in Italia la maggior parte della produzione in Braille si realizza con questo software.

Oggi invece l’attività di Paolo Graziani è orientata soprattutto ai problemi dell’accessibilità delle sorgenti d’informazione multimediale.

Ha curato nel 1999 la pubblicazione di un manuale per l’accessibilità dei siti web e ha svolto opera di diffusione della cultura dell’accessibilità in molti ambienti, fra i quali si può citare il Forum per la Società dell’Informazione, istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri all’inizio del 1999, e successivamente nell’Aipa (Autorità per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione). "

Sono a riposo da un paio d’anni - spiega - ma non ho deposto le armi della ricerca. Il tema dell’accessibilità è molto importante. Io ho cercato soprattutto di sensibilizzare l’ambiente politico e sociale, partecipando a conferenze per far presente l’esistenza del problema. Molti ritenevano erroneamente che dal mondo di Internet i non vedenti fossero tagliati fuori per forza di cose.

Oggi le cose vanno un po’ meglio, ci sono state varie iniziative. Soprattutto è stata varata la legge Stanca proprio per l’accessibilità nell’informatizzazione della pubblica amministrazione che recepisce le raccomandazioni in materia sviluppate a livello internazionale".

Conclude Graziani: “Credo di aver lasciato una traccia, ma non è tutto merito mio. Devo rivolgere un ringraziamento generale ai colleghi e uno speciale a mia moglie. È stata per me un sostegno prezioso sia morale che fisico. Senza di lei forse le cose non sarebbero andate così”.



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Le tecnologie informatiche al servizio dei non vedenti per la produzione di spartiti musicali, di Mauro Marchesi



Convegno sul tema “Le tecnologie informatiche al servizio dei non vedenti per la produzione di spartiti musicali” - Pisa, 1, 2 e 3 marzo 2016.

Unione Nazionale Italiana Volontari Pro Ciechi “ONLUS” Sezione Provinciale di Bologna Via dell’Oro 1 – 40124 Bologna “BO” Tel.: 051 33 49 67 – Cellulare: 344 13 99 373.

Convegno sul tema “Le tecnologie informatiche al servizio dei non vedenti per la produzione di spartiti musicali” - Pisa, 1, 2 e 3 marzo 2016.

Organizzato da: 

Unione Nazionale Italiana Volontari Pro Ciechi – Sezione Provinciale di Bologna

ISTI CNR “A. Faedo” di Pisa.

La nostra Associazione svolge le proprie attività a favore delle persone con difficoltà visive: “non vedenti e ipovedenti”. Il 10 maggio 2014, come è noto, abbiamo attivato il servizio di supporto Ottavio Orioli, al fine di sostenere i giovani non vedenti ed ipovedenti nello studio della musica. La scomparsa del Maestro Ottavio Orioli, al quale abbiamo dedicato e intitolato il nostro servizio, una figura di fondamentale importanza nella storica scuola musicale dell’Istituto per ciechi F. Cavazza di Bologna, ci ha indotti a riflettere sull’immenso significato didattico/formativo che egli ci ha trasmesso; abbiamo quindi ritenuto molto importante valorizzare questa esperienza, trasferendola nel contesto scolastico attuale, molto diverso rispetto al passato. Infatti, sino ad alcuni decenni orsono, le scuole musicali annesse agli Istituti per ciechi, costituivano un sicuro e significativo supporto per la formazione dei giovani non vedenti, grazie al quale molti hanno raggiunto importanti traguardi nella qualità della loro vita, distinguendosi come eccellenti professionisti e, talvolta, anche come eccellenti artisti. Attualmente, nella scuola comune, ove avviene il processo formativo dei giovani non vedenti, il personale incaricato delle azioni di sostegno non sempre è in possesso delle conoscenze e competenze didattiche/pedagogiche/musicali, a partire dal fondamentale presupposto della conoscenza della notazione musicale Braille. Da qui, l’esigenza di offrire un aiuto agli studenti non vedenti ed ai loro insegnanti che vogliano intraprendere un serio percorso di formazione musicale. Un supporto, questo, che non può prescindere dalla conoscenza degli strumenti per la produzione di spartiti musicali, resi disponibili dalle nuove tecnologie. Il Servizio di supporto Ottavio Orioli, fornisce – laddove necessario – anche spartiti musicali in caratteri Braille, esclusivamente avvalendosi di strumenti informatici. E’ proprio da questo stretto legame con la tecnologia che è nata l’idea di questo convegno. Grazie ad una serie di circostanze estremamente favorevoli, ed al sostegno di coloro che hanno voluto offrirci un aiuto insostituibile, siamo riusciti a costruire una vetrina delle esperienze più significative del settore. L’auspicio è che - andando oltre l’aspetto espositivo - si possano creare collaborazioni e sinergie, importanti per accrescere l’efficacia e l’efficienza degli strumenti fin qui realizzati. Siamo in questo assolutamente sicuri di interpretare il desiderio degli utenti.

Desideriamo rivolgere un sentito ringraziamento al Dottor Claudio Montani, Direttore dell’Istituto di Scienza e Tecnologie e dell’Informazione, per la Sua ospitalità ed il supporto istituzionale che ci ha cortesemente offerto. Un sentito ringraziamento va a coloro che, grazie al concreto sostegno, hanno reso possibile questa iniziativa: la “Andrea Bocelli Foundation”, l’Associazione “Retina Italia ONLUS” e l’Associazione U.N.I.VO.C. Nazionale. Siamo grati: alla Sezione Provinciale di Pisa dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti per la collaborazione organizzativa, e, per il patrocinio che ci ha riconosciuto la Direzione Scolastica Regionale per la Toscana.
Un ringraziamento particolare va ai protagonisti di questo evento, che con entusiasmo e competenza hanno contribuito con la loro presenza alla buona riuscita dell’iniziativa.

  Il workshop sul tema “Le tecnologie informatiche al servizio dei non vedenti per la produzione di spartiti musicali”, tenutosi a Pisa presso L’ISTI CNR “A. Faedo”, nei giorni 1, 2 e 3 marzo 2016, a cui sono intervenuti:   
  • Prof.i Toshiyuki Gotoh e Naoyoshi Tamura- Graduate School of Environment and Information Sciences YOKOHAMA National University (Japan);

  • Dr. Matthias Leopold, DZB Deutsche Zentralbücherei für Blinde di Lipsia (Germania);

  • Sig. Mario Lang, programmatore (Austria)

  • Dott.ssa Barbara Leporini, Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione “A. Faedo” del CNR (Italy) ;

  • Dott.ssa Lia Cariboni, SBS Schweizerische Bibliothek für Blinde, Seh- und Lesebehinderte <SBS Biblioteca svizzera per ciechi, ipovedenti e disabili alla lettura> di Zurigo (Svizzera);

  • Maestro Gianluca Casalino, Biblioteca per ciechi Regina Margherita di Monza (Italy);

  • Prof. Paolo Razzuoli, Docente di scuola media di II grado ed esperto utilizzatore del programma BME (Italy);

  • Sig. Geert Maessen, Dedicon Amsterdam (Olanda).

    E’ stata una preziosa occasione per avviare un confronto fra i rappresentanti di alcune fra le più importanti istituzioni europee e giapponesi attive nella produzione di musica in codice Braille. In particolare, il confronto si è sviluppato nel merito degli strumenti informatici a tal fine realizzati. Un confronto che ha consentito la messa in evidenza di una sostanziale convergenza degli itinerari seguiti, se pur nella diversità dei loro sbocchi in strumenti operativi diversi. La complessità della materia, unitamente alla volontà di migliorare il rapporto risultati-investimenti economici e di risorse umane, consigliano per il futuro l’incremento di spazi di confronto-collaborazione, attraverso l’adozione di strumenti capaci di favorirli. I partecipanti convengono inoltre che lo sviluppo del web e la conseguente globalizzazione della domanda-offerta, richiedano anche per il codice musicale Braille la formalizzazione di un linguaggio strutturato condiviso, che possa offrire una comune piattaforma di riferimento per sviluppatori e fruitori di strumenti informatici.

    Tutto ciò premesso e previa l’approvazione – ove necessario – degli organi dirigenti delle istituzioni rappresentate, i partecipanti al workshop convengono: 1) sull’opportunità di sviluppare un permanente confronto delle esperienze sin qui sviluppate, allo scopo di migliorarne l’efficacia e l’efficienza. 2) Sull’auspicio che – anche per il codice musicale Braille – si possa addivenire alla formalizzazione di un linguaggio strutturato condiviso, che potrebbe aprire significativi spazi di azione per produttori di software, per fornitori di servizi, per gli utenti finali. 3) L’augurio che ad un percorso condiviso aderiscano anche altri soggetti, non presenti a questo iniziale momento di confronto.

IL PRESIDENTE di U.N.I.VO.C. BOLOGNA: MAURO MARCHESI

Pisa, 3 marzo 2016



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Come usano le tecnologie le persone con disabilità visiva? di Stefania Leone



Superando.it del 02/03/2016.

Come usano le tecnologie le persone con disabilita’ visiva? 
 E’ noto che, a partire dagli Anni 2000, la tecnologia ha assunto un ruolo di primaria importanza per l’autonomia delle persone con disabilità in diversi ambiti, quali lo studio, l’informazione, la mobilità, il lavoro e la comunicazione, sia tra di loro che con il resto della società. Se prima risultava un aspetto indubbiamente importante, ma non “obbligatorio”, oggi giorno dispositivi di ogni genere invadono le nostre case e per non restare esclusi dalla società, siamo costretti a un continuo aggiornamento di dispositivi, nuovi sistemi operativi e applicazioni, cosa non sempre facile né realmente vantaggiosa.
Un gruppo come quello di NvApple, composto da esperti di tecnologie per persone con disabilità visiva, si occupa da sempre di presentare ed effettuare formazione sui prodotti Apple, ma non è certo possibile ignorare tutti gli altri dispositivi esistenti sul mercato.
Per questo lo stesso NvApple ha lanciato un sondaggio in Italia, denominato Vedo/Non vedo, riguardante le modalità di utilizzo di personal computer e telefoni cellulari o comunque dispositivi mobili da parte delle persone non vedenti e ipovedenti. Comprendere infatti il livello di diffusione sul territorio e stilare una statistica sulle abitudini e sugli strumenti utilizzati da chi non vede è molto importante, in quanto permette di avere un quadro generale, naturalmente non completo, di come non vedenti e ipovedenti si approccino alle nuove tecnologie.
 Qui di seguito, dunque, riportiamo un’analisi dei risultati di tale sondaggio, con la premessa che si è dovuta scartare qualche risposta, in quanto un numero non proprio esiguo di utenti ha inserito voci piuttosto improbabili (ad esempio utilizzare come screen reader [“lettore di schermo”, N.d.R.] primario Voiceover per Mac, con Windows come sistema operativo principale. Questo genere di risposte sono state considerate “nulle”).
Al sondaggio hanno partecipato 329 persone, con una maggioranza di non vedenti (71% degli utenti che ha risposto al questionario). Si è riscontrata una notevole adesione da parte di utenti residenti nelle Regioni del Nord Italia (Lombardia, Piemonte e Veneto), più una piccola percentuale proveniente dal Canton Ticino (Svizzera).
 Ma come sono venuti a conoscenza del sondaggio gli utenti? Il 32% è arrivato da Associazioni come l’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) e l’ADV (Associazione Disabili Visivi), coinvolte nella diffusione tra i loro soci, seguite dalle liste di discussione e dallo stesso sito NvApple, rispettivamente al 23% e 19%.
Le domande relative all’ambiente desktop (computer fissi o da tavolo) hanno visto la vittoria schiacciante di Microsoft: sommando infatti tutte le versioni dei sistemi operativi Windows, si è arrivati addirittura al 73%, mentre il sistema Mac con OSX si è fermato al 20%.
Per quanto poi riguarda i prodotti Microsoft, domina Windows 7 al 40%, seguito da Windows Xp, attestatosi al 14% delle preferenze.
Più frammentata la situazione dei sistemi operativi secondari. Il 45% degli utenti, infatti, afferma di non usare un sistema operativo alternativo, il che conferma che quando un utente trova una piattaforma soddisfacente, non sente la necessità di cambiarla.
La diffusione dei MAC come sistemi secondari si ferma al 13%, Windows 7 ha ottenuto il 19% e XP il 16%. In questo caso 9 persone hanno compilato risultati impossibili e pertanto nulli.
 Qual è risultata essere, invece, la diffusione maggiore tra gli screen reader? Jaws for Windows ha ottenuto il 46% delle preferenze, seguito da Voiceover per Mac al 19% e da NVDA al 16%. Prodotti come Cobra, Window-Eyes o altri software hanno ottenuto percentuali intorno all’1%.
Leggermente diverso il quadro relativo agli screen reader secondari, considerando che un buon 37% non ne fa uso, che il 28% utilizza NVDA, seguito da Jaws al 21% e da Voiceover per Mac al 12%.
C’è però una lista di altri dati poco omogenei, di cui il 2% scartato per valori incompatibili.
 Due ulteriori importanti risultati riguardano lo scarso utilizzo del display Braille come output per lo screen reader: infatti, il 65% degli utenti ha affermato di non utilizzarlo, o alcuni di utilizzarlo solo in poche circostanze, preferendo l’output audio della sintesi vocale per la maggior parte delle funzionalità del PC.
Circa il 60 % delle persone che ha risposto ha dichiarato poi di usare il PC per svago, un po’ meno per lavoro (21%) e ancor meno per studio (solo l’11%). Naturalmente qualcuno lo utilizza anche per tutte e tre le circostanze, ma va detto che l’età media di chi ha compilato il sondaggio supera i 40 anni, per cui questa risposta è comprensibile.
 E passiamo all’utilizzo dei sistemi in ambiente mobile. Qui i vecchi Nokia si sono assestati al 12%, ccosì come gli Android (12%), con gli iPhone o comunque gli apparecchi targati Apple al 73%.
Si è rilevato che anche persone abbastanza avanti negli anni non hanno riserve ad utilizzare gli iPhone, segno che l’accessibilità di questi dispositivi riesce ad arrivare a diversi range di età.
Il 65% delle persone non usa un secondo telefono, il restante 35% si suddivide in Nokia (19%) dispositivi IOS (9%) e Android (8%).
Con smartphone e tablet, il display Braille è (direi quasi comprensibilmente) assente, in quanto usare una riga braille col telefono fa perdere il concetto di portabilità. Pertanto non sorprende leggere che l’88% non si avvale di tecnologia Braille.
 In conclusione, dal quadro seppur parziale del modo in cui le persone prive di vista si avvalgono della tecnologia, emerge una spaccatura netta tra chi non vuole abbandonare le vecchie tecnologie, come Windows XP e dispositivi mobili con sistema operativo Symbian (di proprietà Nokia), e chi invece ha avvicinato il “nuovo mondo” touchscreen.
Del resto i tempi nell’evoluzione delle tecnologie per la disabilità sono piuttosto lenti e non sempre i nuovi prodotti rispettano l’accessibilità necessaria a chi utilizza tecnologie assistive. Ben si può comprendere, dunque, perché si faccia fatica a lasciare “il certo per l’incerto”.
La speranza dello staff di NvApple – che ringrazia tutti gli utenti e le Associazioni per il sostegno fornito nella diffusione dell’iniziativa – è quello di aumentare nelle prossime edizioni la partecipazione al sondaggio, impegnandosi fin d’ora a migliorarlo, rendendolo più mirato e più semplice da compilare.
 di Stefania Leone, 
Consigliera nazionale dell’ADV (Associazione Disabili Visivi, aderente alla FISH-Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), funzionario di AlmavivA, leader italiano nelle tecnologie dell’informazione. Il presente approfondimento è il riadattamento, realizzato per gentile concessione, di due testi già apparsi nella testata «Blind.tech».



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La tecnologia ha cambiato la vita di noi ciechi ed ipovedenti, di Luca Orsi



“La tecnologia ha cambiato la vita di noi ciechi e ipovedenti”

«L’essenziale è invisibile agli occhi», sussurra la Volpe al Piccolo Principe. «È una grande verità», afferma Mario Barbuto, 61 anni, che con l’invisibile fa i conti tutti i giorni. Direttore dell’Istituto Cavazza, è il nuovo presidente nazionale dell’Unione italiana ciechi e ipovedenti, una Onlus che conta circa 50mila iscritti, con sedi in tutte le province d’Italia.

Diciamo ciechi, o è meglio non vedenti? (ride) «Capisco l’abitudine al politically correct. E che spesso dietro la forma c’è la sostanza. Ma il cieco è cieco. Come diceva un mio professore, ho caduto o sono caduto, sempre a terra ho andato». Cosa si intende per ipovedente? «È ipovedente legalmente riconosciuto chi ha fino a un decimo di vista. Ma la soglia dovrebbe essere alzata a due decimi». Chi si iscrive all’Uic? «Chi cerca un punto di riferimento, sostegno psicologico, consigli e anche aiuti concreti. Non è certo solo un fatto sindacale, di rivendicazione». Sono servizi riservati agli iscritti? «Aiutiamo e consigliamo anche chi non è iscritto. Se poi si avvicinano all’Uic, meglio».

A proposito di aiuti concreti, quanto è utile la tecnologia? «È di grandissimo aiuto. Oggi ci sono ausili impensabili solo vent’anni fa». Qualche esempio? «La sintesi vocale, che permette di utilizzare, quasi appieno, tutte le funzionalità del computer». Come leggete i giornali? «Come Uic, grazie all’accordo con molti quotidiani, fra i quali il Carlino, offriamo la lettura dei giornali».

Come funziona? «Riceviamo la versione digitale sul nostro server. Chi è abbonato, grazie alla sintesi vocale può ascoltare la lettura del giornale sul pc o lo smartphone». Libri? «Il formato e-book è leggibile dal computer. Ma l’ideale è il terminale Braille che si collega al pc. Perché un conto è ascoltare, un altro è leggere direttamente».

Sono strumenti offerti dal Servizio sanitario nazionale? «L’elenco degli strumenti del Ssn è obsoleto, del ’99. Ci sono ausili che non esistono neanche più. Rezi ha promesso di riformarlo entro Natale. Ma non ha specificato di quale anno».

Bologna è una città ‘facile’ per un cieco? «In generale sì. Qui c’è una grande tradizione, soprattutto grazie al “Cavazza”. Già negli anni 30, a Bologna i ciechi frequentavano le scuole pubbliche, cosa allora impensabile altrove».

C’è rispetto per la vostra disabilità? «Sì. Bologna è una città confortevole per viverci. Molti di noi, venuti qui per studiare, ci sono rimasti».

Com’è cambiata, negli anni, la vita di un cieco? «Radicalmente. Ed è cambiata anche la mentalità. Di fatto, anche grazie alla tecnologia, non ci è precluso nulla. Bisogna solo avere il coraggio di provarci».

Un consiglio ai genitori con figli ipovedenti o ciechi? «Insegnategli, senza paura, a essere indipendenti».



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Ti tengo d’occhio, da Oggi Scienza



Abbattere le barriere anche sulla rete: lo fa il 21enne Vincenzo Rubano, che amplia l’accesso a internet per i non vedenti.

SENZA BARRIERE. Per alcuni è il “Don Chisciotte della rete”, per altri un vero e proprio ragazzo prodigio. Parliamo di Vincenzo Rubano, studente leccese, classe ’93, che da anni si batte per rendere i contenuti presenti in rete accessibili a tutti, con un’attenzione particolare verso chi non può vedere.

“Tutto è cominciato quando ero sedicenne, sui banchi di scuola dell’istituto Galilei-Costa di Lecce”, racconta Rubano che oggi di anni ne ha ventuno, studia Informatica a Bologna e non ha mai abbandonato la sua missione. “Sperimentando in prima persona la disabilità, so bene quali siano i limiti della rete per i non vedenti. Così, ho deciso di creare una pagina di denuncia per portare il problema all’attenzione di tutti”.

In questo modo Rubano segnala i siti, le app e i programmi inaccessibili, inserendoli in una vera e propria lista nera: la “Blind-list”, pubblicata sul sito Ti tengo d’occhio.

Ma l’attività del giovane universitario non si limita a questo. Rubano chiama all’appello tutti gli sviluppatori di pagine e di applicazioni non fruibili, invitandoli a collaborare.

“Ciò che faccio è molto semplice: dopo aver individuato i contenuti in questione, descrivo i problemi d’accesso che chi è cieco incontra. I limiti possono essere di vario tipo. Spesso riguardano la struttura del sito, che non consente l’impiego di alcuni software essenziali per i non vedenti. Come gli screen reader, programmi che permettono di ascoltare una pagina web invece di leggerla.

In seguito contatto il webmaster, suggerendogli di apportare le dovute modifiche”.

Legata a Ti tengo d’occhio, poi, c’è la campagna V4B-Video4Blind. “Ho pensato a un modo per consentire a chiunque di migliorare l’accessibilità dei video pubblicati su piattaforme come YouTube, Dailymotion o Vimeo”, continua Rubano, illustrando come, in modo semplice, si possa contribuire all’abbattimento delle barriere. “

I video sono realizzati in gran parte con sequenze di immagini. La comprensione di ciò che passa sullo schermo risulta impossibile per chi non vede. Cambiare le cose è facile: basta aggiungere a qualsiasi video una descrizione, che verrà raccontata proprio grazie allo screen reader.

Infine, occorrerà inserire in coda al titolo del video e tra i tag la dicitura V4B, per consentire al non vedente una ricerca immediata di tutti i video resi accessibili”.

L’impegno di Rubano, tuttavia, non si esaurisce qui. “Sono parte del team di NvApple.it, che da anni si occupa di dare un impulso all’informatica legata alla disabilità visiva”. Nello specifico, la squadra – costituita da sei membri tra i quali il più giovane è proprio lo studente leccese – racconta e analizza le evoluzioni tecnologiche della Apple. La casa di Cupertino, infatti, da sempre si distingue per l’impiego di programmi e di sistemi operativi mirati, studiati per rendere i propri prodotti accessibili a tutti. Se da un lato, dunque, la disabilità resta un problema reale per chi la vive, dall’altro occorre sottolineare che oggi, grazie a strumenti innovativi e in continua evoluzione, si può ricevere un aiuto concreto, come ricorda Rubano. “Se c’è qualcosa che non mi stancherò mai di ripetere è che occorre parlare con le persone, raccontare come si possa davvero dare una mano. Abbiamo l’esigenza fondamentale di creare una cultura della disabilità, soprattutto quando si parla di nuove tecnologie.”



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Dito bionico ridona il tatto a un uomo amputato, Agenzia AdnKronos.



Dito bionico ridona il tatto a un uomo amputato, prima mondiale

Non è più solo fantascienza la protesi bionica dotata di dita sensibili applicata a Luke Skywalker in Guerre Stellari. Il percorso verso nuove protesi bioniche potenziate, capaci di restituire il tatto in tempo reale, accelera grazie a una ricerca italo-svizzera. Per la prima volta al mondo una persona amputata, il danese Dennis Aabo Sørensen, ha riconosciuto nei dettagli la texture di alcuni oggetti utilizzando un dito bionico connesso a elettrodi che gli sono stati impiantati sul braccio, sopra il moncone, in maniera chirurgica.

Sørensen ha distinto le superfici ruvide rispetto a quelle lisce nel 96% delle prove sperimentali.

Il nuovo eccezionale risultato è stato raggiunto da scienziati italiani dell’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e dell’École Polytechnique Fédérale de Lausanne in Svizzera, ed è stato descritto nell’articolo pubblicato oggi sulla rivista scientifica ‘eLife’, diretta dal premio Nobel Randy Schekman.

Alla ricerca hanno collaborato Università di Pisa, Ircss San Raffaele Pisana, Università Cattolica del Sacro Cuore e Università Campus Bio-Medico di Roma. La tecnologia per inviare la sofisticata informazione tattile è stata sviluppata da Silvestro Micera e dal suo gruppo di ricerca presso École Polytechnique Fédérale de Lausanne, e presso l’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna, con il ricercatore Calogero Oddo e il suo team.

Lo studio ha dimostrato come, per la prima volta al mondo, un amputato sia stato capace di percepire superfici lisce o rugose in tempo reale, con un dito artificiale connesso a elettrodi inseriti in maniera chirurgica nei nervi del braccio. Anche i nervi di persone non amputate possono essere stimolati per percepire la rugosità, senza bisogno di intervento chirurgico: dunque la ricerca sul tatto bionico e sulla tecnologia da utilizzare nelle protesi può essere sviluppata in sicurezza anche nelle persone che possiedono l’arto.

“Percepivo la stimolazione quasi come quella che avrei potuto sentire con la mia mano - confida Sørensen a proposito del dito artificiale connesso al suo moncone - e ancora sento la mia mano mancante, è come se avessi il pugno chiuso. Con il dito artificiale ho sentito le sensazioni sulla punta del dito indice della mia mano fantasma”.

I nervi nel braccio di Sørensen sono stati connessi a un dito artificiale dotato di sensori. Un macchinario controllava il movimento del dito su differenti superfici di plastica, sulle quali erano state realizzate delle linee tramite stampa 3D. Le linee tra loro vicine hanno una texture più liscia di quelle tra loro più distanti. Durante i movimenti del dito artificiale sulle texture di plastica, i sensori generavano segnali elettrici. Questi segnali venivano trasformati in una sequenza di impulsi elettrici, che imitavano il linguaggio del sistema nervoso e quindi inviati ai nervi. Quello di oggi è il frutto di anni di ricerche: in un precedente studio, gli impianti di Sørensen erano stati connessi a una mano protesica sensorizzata che gli aveva permesso di riconoscere forma e morbidezza degli oggetti. In questa nuova ricerca sulla texture, il dito bionico ottiene un livello di risoluzione tattile superiore.

Lo stesso esperimento per valutare la percezione tattile della texture è stato svolto anche con persone non amputate, senza bisogno di interventi chirurgici. L’informazione tattile è stata inviata mediante sottili aghi microneurografici che sono stati temporaneamente inseriti, attraverso la pelle, nel nervo mediano del braccio. I non amputati sono stati capaci di distinguere la rugosità delle superfici nel 77% delle prove. Ma questa informazione sul tatto, che proviene dal dito bionico, è davvero simile alla sensazione di tatto in arrivo da un dito reale? Gli scienziati hanno verificato questa ipotesi confrontando le attività delle onde cerebrali dei soggetti non-amputati, generate sia dal dito artificiale sia dal dito naturale. Le analisi effettuate tramite elettroencefalografia hanno rilevato che le regioni attivate nel cervello erano analoghe.

La ricerca conferma anche che gli aghi microneurografici portano informazione sulla texture in modo comparabile agli elettrodi impiantati, in questo caso in Sørensen, fornendo agli scienziati nuove opportunità per accelerare la ricerca sul tatto in protesica.

“Questo studio unisce scienze di base e ingegneria applicata e fornisce evidenze aggiuntive dei contributi che la ricerca in neuroprotesica può dare al dibattito neuroscientifico, specificamente sui meccanismi neuronali del senso del tatto umano”, sottolinea Oddo, primo autore della pubblicazione. “Dalle protesi bioniche - commenta - sarà anche tradotto in altre applicazioni, come il tatto artificiale nella robotica per la chirurgia, per il soccorso e per il settore manifatturiero”.

“E’ entusiasmante aver dimostrato che possiamo restituire la sensazione della rugosità stimolando i nervi del braccio, in sistemi nervosi sia lesionati che intatti”, sottolinea Stanisa Raspopovic, ricercatore dell’École Polytechnique Fédérale de Lausanne e della Scuola Superiore Sant’Anna, e co-primo autore dello studio. “La ricerca - conclude - sta finalmente spostando l’attenzione principale dal solo interrogarsi su quali elettrodi impiegare verso il loro utilizzo in modo ottimale, per ottenere sensazioni naturali tramite le protesi”.



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Le vostre recensioni, a cura di nerina Viozzi e Andrea Lottini



Il buio oltre la siepe di Harper Lee: recensione e ricordo dell’autrice.

La scrittrice americana nata in Alabama nel 1926 , dopo varie peregrinazioni, torna nel suo stato dove il 19 febbraio 2016 muore all’età di 90 anni. Il suo romanzo capolavoro è “ il buio oltre la siepe”. Il libro ha avuto subito un grande successo da meritare il premio letterario Pulitzer. Tra i vari premi ricevuti è da ricordare quello assegnatole il 5 novembre 2007 dal Presidente degli Stati Uniti d’America, "la medaglia presidenziale della libertà”, la più alta onorificenza civile statunitense, con la seguente motivazione: “ha influenzato il nostro paese in meglio, è stato un dono per il mondo intero come modello di buona scrittura e sensibilità umana. Questo libro verrà letto e studiato per sempre”. La sintesi del libro è contenuta nel titolo stesso “ il buio oltre la siepe”. Tutti noi siamo circondati da siepi, che sono il limite della nostra conoscenza, tutto ciò che non vediamo non lo sappiamo e ci fa paura. Secondo me questo libro è importante perché apre orizzonti nuovi verso la conoscenza dell’altro, ed oggi che lei è scomparsa vorrei raccontarvelo un poco per ricordarla insieme a voi, poiché è stata la prima donna bianca che ha parlato e scritto dalla parte dei neri. In sintesi la vicenda accade nel 1932 in un paese dell’Alabama, negli Stati Uniti, dove l’avvocato Atticus conduce una vita tranquilla occupandosi, oltre che del suo lavoro, dei suoi due figli orfani della mamma morta quando il figlio più grande aveva 6 anni e la più piccola solo 2. La vita dei ragazzi trascorre tra gioco e curiosità nel conoscere i fatti della città, ma in particolare sono incuriositi dal vicino di casa, malato mentale, che non esce mai di casa e lo intravvedono solo dietro i vetri delle finestre. I ragazzi cercano di avvicinarsi con l’intento di superare la siepe che circonda la sua casa. Un giorno il giudice della città affida all’avvocato Atticus l’incarico di difendere il nero Tom accusato, da un agricoltore ubriacone e violento, di violenza carnale nei confronti della propria figliastra. In attesa del processo, mentre Tom era in carcere, i cittadini organizzarono un suo linciaggio che però fu sventato dall’avvocato Atticus, recatosi a far la guardia all’ingresso del carcere, e dai suoi figli che, avendolo visto partire da casa con una sedia in mano, lo avevano raggiunto a sua insaputa. Sul luogo la figlia, riconosciuto tra i presenti il padre di un suo compagno di scuola,si avvicina a loro, lo saluta e si intrattiene a parlare a lungo con lui. Complice questo cordiale colloquio la tensione si attenua e, lentamente, uno ad uno i cittadini che erano lì convenuti si allontanano. Durante il processo Atticus riesce a dimostrare l’infondatezza dell’accusa, ma la giuria, composta da tutti cittadini bianchi, lo ritiene comunque colpevole e lo condanna. Durante il trasferimento in carcere Tom, non credendo più nella giustizia, cerca di scappare ma nella fuga viene ucciso da un sorvegliante. Il vero colpevole delle violenze alla figliastra si è reso conto di essere stato smascherato, dall’avvocato durante il processo e vuole vendicarsi. Una sera , nel buio, mentre i ragazzi, da soli, tornano a casa dalla scuola dove avevano partecipato ad una festa, li aggredisce. Interviene provvidenzialmente a salvarli uno sconosciuto che uccide l’aggressore. Lo sconosciuto si scopre essere il vicino di casa che, pur avendoli visti solo da lontano da dietro i vetri, si era affezionato a loro. E’ un romanzo sulla tematica del razzismo che mostra come, in quella comunità, gli unici a riuscire a superare i pregiudizi furono i ragazzi.

Nota: la lettura di questo libro, l’ho ascoltata su Radio 3, dove ogni giorno alle ore 17, dal lunedì al venerdì, si legge una puntata del libro scelto per quel periodo.

Tutte le puntate si possono riascoltare su: ad alta voce radiotre.rai.it comunque questo libro si trova anche nel catalogo del libro parlato. Nerina Viozzi.

Alessandro Perissinotto,   Semina Il Vento   Piemme, Milano, 2013     Braccio 6, nel reparto di massima sicurezza di un carcere del Nord Italia. Sulle labbra, la dichiarazione di innocenza; tra le mani, il giornale che ritrae in prima pagina il corpo senza vita di sua moglie. Su consiglio del proprio avvocato, Giacomo decide di raccontare la propria vicenda, l’inevitabile serie di eventi che lo ha condotto in quella cella. E così torna all’epoca in cui, per riuscire a sopravvivere a Parigi, alternava il lavoro di curatore di mostre per bambini, a quello di cameriere. Era in quel periodo che aveva conosciuto Shirin. Non l’aveva trovata subito bella, almeno non nel senso consueto del termine; era stato attratto piuttosto dalla storia che i suoi occhi sembravano celare, da quel profondo distacco verso chi le stava accanto, come se per lei la vita vera fosse altrove. Ci sono amori che iniziano all’improvviso, con notti memorabili, il loro invece era nato con la lentezza inesorabile delle cose fatte per durare. L’innamoramento, il matrimonio e poi la decisione che avrebbe cambiato le loro vite per sempre: lasciare Parigi per trasferirsi a Molini, sulle montagne piemontesi, nel paese dove lui era nato. Ma nessun luogo è al riparo dal vento dell’odio, dal fanatismo delle religioni, dall’arroganza del potere, dall’intolleranza strisciante. Così il paradiso aveva cominciato a scivolare verso l’inferno, prima piano, poi sempre più rapidamente, fino ad arrestarsi lì, in quella cella, con il tormento del ricordo d’un amore reso perfetto dalla morte.   Davvero un bel libro, che, al di là dell’amore tra Giacomo e Shirin, affronta problemi più che attuali nel mondo contemporaneo: La solitudine di chi vive nelle megalopoli, il bisogno di trovare un posto dove vivere e mettere radici, dove instaurare rapporti di amicizia su cui poter contare, la chiusura pregiudiziale delle culture verso chi è straniero, le contraddizioni di un partito come la lega nord, piena di gente proveniente dal meridione e, per contro, per reazione a questo rifiuto dello straniero, l’assurda posizione degli islamici radicali di creare un’impossibile nazione islamica al di sopra di tutte le nazioni dove questi islamici vivono, fino alla tragedia finale.   Un libro di cui consiglio vivamente la lettura e su cui invito tutti ad una riflessione seria e approfondita.

    Alessandro Perissinotto   Le Colpe Dei padri   Piemme, Milano, 2014     Guido Marchisio, torinese, 46 anni, è un uomo arrivato. Dirigente di una multinazionale, appoggiato dai vertici, compagno di una donna molto più giovane e bellissima: la sua è una vita in continua ascesa. Fino al 26 ottobre 2011, una data che crea una frattura tra ciò che Guido è stato e quello che non potrà mai più essere. Quella mattina, infatti, un incontro non previsto insinua in lui il dubbio: possibile che esista da qualche parte un suo sosia, un gemello dimenticato, un suo doppio misterioso e sfuggente? Giorno dopo giorno, il dubbio diventa ossessione e l’esistenza dell’ingegner Marchisio inizia, prima piano poi sempre più velocemente, a percorrere la stessa rovinosa china della sua azienda e della sua città. Di tutte le sicurezze costruite col tempo, non rimane più nulla: il suo ruolo di freddo tagliatore di teste, di manager di successo, la sua figura di uomo affascinante, tutto, per colpa di quel sospetto, sembra scivolare via da lui, come se accompagnasse l’emorragia che lentamente svuota l’industria italiana. Andare a fondo significherà per Guido affacciarsi all’orlo di un baratro e accettare l’inaccettabile.   Un bel libro, di cui consiglio la lettura, che, oltre a mettere in evidenza cosa significhi essere manager aziendale nel nostro tempo, cosa si deve essere disposti a fare per conservare il proprio posto, mette in evidenza anche quello che, per la società contemporanea è ciò che misura il grado di emancipazione femminile: l’arrivismo, il cercare di arrivare sempre più in alto e per questo essere disposte a fare qualsiasi cosa, come la bellissima compagna di Guido che tutto sembra essere fuorché innamorata di lui, un femminismo insomma che non ha nulla di progressista. Anche Silvia, moglie di un amico di Guido, si dimostra stanca e desiderosa di dare un taglio al proprio impegno in una cooperativa sociale  e questo proprio in nome del fatto che quello che fa non le consente di vivere in maniera più agiata, di essere insomma più in sintonia con i valori dominanti che misurano il grado di emancipazione femminile.   Quanto al protagonista del romanzo, piano piano scoprirà che non esiste un suo sosia ma che questo sosia era lui stesso, adottato da una famiglia che ne riplasma la personalità senza che lui ne sia mai stato messo al corrente e, alla fine, gli fa in qualche modo ritrovare se stesso, anche se questo significa sconvolgerne vita e certezze.   A cura di Andrea Lottini.



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Recensioni audiofilm, Il Gattopardo, di Nerina Viozzi



Il Gattopardo.

Il gattopardo è un film drammatico di Luchino Visconti tratto dal romanzo omonimo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Al sedicesimo festival di Cannes fu premiato come miglior film dell’anno.. Il protagonista ed i personaggi del film sono ispirati alla famiglia dello scrittore del libro, il cui bisnonno, personaggio storico , era un possidente terriero in provincia di Agrigento. Il film inizia con lo sbarco dei mille a Marsala, nel maggio 1860, al comando di Giuseppe Garibaldi. Don Fabrizio , il protagonista del film, nobile e possidente terriero, assiste con distacco e malinconia agli eventi che porteranno alla fine dell’aristocrazia nobile siciliana. I nobili siciliani si rendono conto che si è alla fine della loro superiorità e che gli amministratori ed i latifondisti delle nuove classi sociali emergenti approfittano della nuova situazione. Don Fabrizio, appartenente ad una famiglia di antica nobiltà, viene rassicurato dal nipote Tancredi che, pur combattendo nelle file garibaldine, cerca di far volgere gli eventi a proprio vantaggio. In questo contesto, rivolgendosi allo zio Tancredi pronuncia la frase, divenuta famosa, "se vogliamo che tutto rimanga come è bisogna che tutto cambi”. Quando, come tutti gli anni, il principe si reca in vacanza nella sua villa a Donnafugata, trova un nuovo sindaco, Calogero Sedara, personaggio rozzo ed incolto ma, benchè di umili origini, molto ricco e favorito nella carriera dal nuovo clima politico. Tancredi, che in precedenza aveva manifestato qualche simpatia per Concetta, primogenita del Principe don Fabrizio, si innammora di Angelica, figlia del sindaco Calogero Sedara, che alla fine sposerà perchè molto bella ed anche molto ricca. Il connubio tra la nuova borghesia e la declinante aristocrazia nobile è ormai irrefrenabile e don Fabrizio ne avrà la conferma durante un grandioso ballo organizzato nella sua villa, tanto che alla fine comincerà a riflettere sul significato dei nuovi eventi ed a fare un sofferto esame della sua vita.   Questo film ed altri nel catalogo vengono forniti, su richiesta, dalla Cooperativa sociale (SENZA BARRIERE ONLUS). Tel. 0461 78 01 65.



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I vostri viaggi, Il golfo del Tigullio, di Nerina Viozzi



4 giorni a Lavagna e dintorni, mese di marzo.

Tigullio, l’antico Tigullium dei romani, prese nome dai Tigulli, una tribù dell’antico popolo dei Liguri.

Il Tigullio è un territorio non lontano da Genova. A questo territorio appartengono varie località molto note, perchè frequentate dal turismo vacanziero; tra di esse tutti conosciamo, almeno di nome: Portofino, Santa Margherita Ligure ,Rapallo , Chiavari, Sestri Levante e Lavagna. Questo territorio dominato nel Medio Evo dalla potente famiglia Fieschi fu importante,storicamente parlando, anche per la vicina Repubblica di Genova. Le sorti della Repubblica di Genova e quelle del Tigullio procedettero quasi sempre in parallelo salvo qualche periodo in cui ebbero contrasti per antagonismo di supremazia territoriale. Fu importante anche in epoca napoleonica perchè la città di Chiavari divenne capoluogo del Dipartimento degli Appennini ed in seguito con il regno di Sardegna capoluogo della omonima provincia.

20 marzo. Arrivo a Lavagna, Hotel Gargantua, a conduzione familiare. Autostrada A1, via passo dei Giovi A7 e A12 sotto la pioggia che è durata fino all’arrivo. Pranzo al ristorante dell’hotel, con il menù del giorno a 10 euro, dopo la sistemazione in camera, con vista del porto ed attigua al cantiere navale. Dopo le 17, attenuatasi la pioggia, siamo usciti sotto l’ombrello ma poco dopo ha smesso di piovere. Attraversato il più vicino sottopassaggio ferroviario, poichè la ferrovia parallela al mare divide in due la città, ci dirigiamo verso il centro dove scopriamo, molte vie porticate, qualche bell’ edificio d’epoca, il “caruggio antico”, attuale via Roma, che dalla chiesa di Santo Stefano arriva fino alla piazza del comune (piazza della libertà); prospiciente la stazione ferroviaria, dal cui sottopassaggio si giunge a piazza Cristoforo Colombo sul lungo mare. Cena con la pizza nel ristorante dell’albergo.

21 marzo. Giorno di primavera di nome e di fatto, per tutto il giorno cielo sereno e sole. Subito all’ufficio turistico di Chiavari, dove riceviamo carte ed informazioni varie, fra cui veniamo informati che a Chiavari e negli altri comuni della zona con il contrassegno handicap non si parcheggia gratis nelle strisce blu. Ci troviamo in piazza Santa Maria dell’orto dove prospettano la cattedrale ed il municipio. Scaduta l’ora di parcheggio handicap con disco orario, ci spostiamo alla ricerca di altro posto di parcheggio, che troviamo in periferia ad inizio collina, in zona “Castello”; risalente al secolo dodici, del castello rimangono una torre ed un breve tratto di mura restaurate e privatizzate. Scendiamo quindi nel vicino centro storico, l’antico “caruggio dritto” e vie adiacenti molto porticate, con edifici storici e d’epoca in stile genovese Nella centrale piazza “Fenice” su cui prospetta palazzo Rocca con il suo articolato giardino sul pendio della collina, abbiamo mangiato una gustosissima farinata ligure, nella centenaria osteria Luzin. Lungo la statale Aurelia, per Rapallo, sosta nel santuario Santa Maria delle Grazie, alto sul mare e, data la bella giornata, con panorama mozzafiato sul golfo del Tigullio. Ripartiti per Rapallo saliamo diretti al santuario della Madonna di Montallegro, a 600 metri sovrastante i boschi e vista mare. Discesi a Rapallo, gira a rigira in mezzo a tanti, troppi “casoni” di nessun fascino, non siamo riusciti a parcheggiare neanche per prendere un caffè. Stanchi e stufi per il disappunto torniamo a Lavagna alla ricerca della basilica dei Fieschi che vedremo all’indomani.

22 marzo. Incerti se muoversi col treno data la difficoltà di parcheggio, optiamo per l’auto anche per l’incertezza del tempo. Ci dirigiamo subito alla basilica del Fieschi, nel vicino territorio di Cogorno, uno dei più importanti e meglio conservati monumenti romanico-gotici della Liguria. Accanto furono costruiti l’oratorio, il palazzo comitale ed edifici secondari, ora privati ma molto in degrado, il tutto risalente al tredicesimo secolo. I Fieschi, originari e signori di Lavagna possedevano nella zona vari castelli e feudi, ed ebbero anche 2 papi, Innocenzo quarto ed Adriano quinto. Ci dirigiamo a Rapallo dove troviamo subito da parcheggiare, facciamo un tratto di lungomare, castello cinquecentesco su uno scoglio a mare, costruito dai genovesi a difesa della città e ora di proprietà del comune. All’interno dell’abitato quasi soffocato da “casoni” visitiamo il complesso monumentale formato dalla chiesa di Santo Stefano, risalente a prima del mille ed ora utilizzata per concerti, torre civica, oratorio dei bianchi. Dopo un caffè vicino al complesso monumentale, ripartiamo e scavalcato il promontorio Portofino che separa il golfo del Tigullio dal golfo del Paradiso, ci troviamo a Camogli, dove troviamo subito da parcheggiare all’inizio del centro storico. L’abitato è ubicato sul piccolo golfo paradiso, gli edifici, tutti policromi, si affacciano sulla spiaggia e si distendono lungo il pendio ripido della collina come uno scenario di teatro. In fondo chiude la spiaggia"l’isola castello”: cittadella, parrocchiale di recente ristrutturazione e porticciolo risalente al sedicesimo secolo. Su questo bello scenario abbiamo mangiato un buon pesce fritto. Con disappunto abbiamo lasciato questo gradevole ed incantevole luogo per Santa Margherita Ligure, di poco gradimento, e Portofino, piccolo borgo medioevale ben conservato.

Ultimo giorno. Passeggiata sul lungomare di Lavagna e visita alla casa/museo “Carbone” nel centro del paese, aperta perchè giornata FAI, quindi partenza per Sestri Levante. Lungomare fino a Sestri, breve giro nel centro storico e nell’“isola” che è la parte primitiva dell’insediamento. Pranzo all’osteria Matana, uscendo dalla città sosta a Villa Cattaneo ed adiacente cappella settecentesca. In autostrada torniamo a Bologna con più o meno pioggia lungo il percorso. Grazie alle 3 belle persone che ci hanno regalato questo gradevole viaggio.



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Come viviamo la nostra città, Piazza Maggiore, di Nerina Viozzi



Come vivo la mia città, Piazza Maggiore

Questa volta andiamo tutti insieme in piazza, nella piazza più grande della nostra città, piazza Maggiore. L’origine di questa piazza risale al 1200 circa quando la città ebbe bisogno di uno spazio per il mercato e per il ritrovo dei cittadini come luogo d’incontro nei pressi dei palazzi di governo, l’attuale sistemazione di questo spazio è stata realizzata nel corso del tempo. Fino all’unità d’Italia non ha avuto un nome, quando venne intitolata al re Vittorio Emanuele secondo e nel centro della stessa vi fu eretto il suo monumento equestre. Dal 1943 al 1945 si chiamò piazza della Repubblica, così venne denominata dalle autorità della repubblica sociale italiana con l’intento di cancellare ogni riferimento alla casa regnate dei Savoia ed il monumento equestre venne trasferito ai giardini Margherita dove si trova tutt’ora. Dal 1945, dove in tanti ci si trovò per festeggiare la fine della guerra e la liberazione, si chiama piazza Maggiore. Piazza Maggiore è tra le prime piazze che si sono formate in Italia dopo la caduta dell’impero romano, in quanto allora i luoghi di incontro e di riunione erano i fori e le basiliche. A nord c’è il palazzo del Podestà eretto intorno al 1200 e nel tempo ampliato e ristrutturato, è il palazzo più antico della piazza ed è sormontato dalla torre dell’Arengo che col suono della sua campana chiamava il popolo a raccolta. Dopo pochi anni, quando ci fu necessità di nuovi spazi per il governo, accanto si costruì quello che viene chiamato palazzo re Enzo Ad ovest c’è il palazzo d’Accursio il cui nucleo di più antica formazione risale al tredicesimo secolo, successivamente venne ampliato fino all’attuale consistenza, oggi è sede del Comune ma già fin dal 1336 fu dimora degli anziani consoli, cioè dei membri della più alta magistratura esecutiva della città. Di fronte al palazzo del podestà si erge la basilica di San Petronio in stile gotico, la sua costruzione iniziò alla fine del quattordicesimo secolo e la cui facciata è rimasta incompiuta. Ad est chiude la piazza il cosiddetto palazzo dei banchi dove operavano cambiavalute e banchieri e, successivamente, anche i mercanti dei bachi da seta. In realtà questo che sembra un palazzo è una elegante facciata eretta dal Vignola per sostituire le preesistenti povere costruzioni e separarla da quelle retrostanti, lasciando però gli sbocchi di via Clavature e di via Pescherie Vecchie che vi confluivano. Rimanderei ad un prossimo seguito la storia e la descrizione di questi palazzi storici. La bella fontana del Nettuno del Giambologna fu aggiunta nel 1566, quando legato pontificio di Bologna era Carlo Borromeo, il futuro santo e venne eretta per volontà dell’allora Papa regnante Pio quarto. Bologna , salvo brevi parentesi, è appartenuta allo stato pontificio fino all’unità d’Italia. L’ultima aggiunta che caratterizza piazza Maggiore, è il cosiddetto “crescentone,” piattaforma leggermente sopraelevata costruita nel 1934 nella parte centrale della piazza. Su uno dei lati del crescentone è visibile ancora una rottura causata da un carro armato americano il 21 aprile 1945, giorno della liberazione della città, rottura che non è stata mai restaurata perché considerata una testimonianza storica. Piazza Maggiore oltre a simbolo della libertà cittadina è stata sempre anche luogo di simboli religiosi e del potere: la facciata della basilica del patrono San Petronio, la Madonna di piazza di Nicolò dell’Arca, la statua del papa Bonifacio ottavo che per lungo periodo è stata issata sulla facciata di palazzo d’Accursio, e che ora è nel museo medioevale, la statua di Gregorio tredicesimo, posta sopra il portale maggiore del palazzo comunale in posizione da dominare inequivocabilmente la piazza e la città. Le immagini e le statue che decoravano e che in gran parte decorano ancora gli edifici circostanti piazza Maggiore rispecchiano meglio di ogni altro documento la sua storia, che è anche storia di Bologna Piazza Maggiore è stata ed è tutt’ora sede di eventi cittadini grandi e piccoli, è stata sempre un teatro all’aperto: tornei di cavalieri, giostre, quintane, luogo di rappresentazioni religiose e profane, feste popolari, come ad esempio la festa della porchetta che ricorreva, annualmente fino all’avvento di Napoleone, il 24 agosto giorno di san Bartolomeo, ed anche spettacoli di burattini, popolarissima versione di una commedia dell’arte che assai spesso nascondeva l’impegno di una satira politica e la difesa degli oppressi con l’emblematica figura di Fagiolino. Il sagrato di San Petronio, proscenio rialzato per la sua posizione elevata e libero dalle attività di piazza, veniva , a volte purtroppo, utilizzato dai frequentatori anche per usi non sempre appropriati ed anche sconci ed indecorosi tanto che vennero emessi e ripetuti nel tempo bandi che, tra l’altro, facevano divieto a “ mal creati e disonesti uomini di poco costume di orinare ed anche scaricare il ventre.” In riferimento agli eventi tenuti in piazza Maggiore dobbiamo ricordare senz’altro un avvenimento straordinario ed unico di importanza internazionale, avvenuto il 24 febbraio 1530: l’incoronazione dell’imperatore Carlo quinto da parte del Papa Clemente settimo. Carlo quinto ed il papa vennero ospitati, per alcuni mesi, nel palazzo d’Accursio, ora sede del comune ed allora residenza e sede di governo del legato pontificio. L’incoronazione avvenne nella basilica di san Petronio. Per l’occasione venne appositamente costruita una passerella sopraelevata che univa il primo piano del palazzo d’Accursio all’entrata centrale della basilica in modo da consentire al corteo degli ospiti e loro seguito di mostrare al popolo della piazza i loro sfarzosi, ridondanti e preziosi abbigliamenti nonché di salvaguardare le scarpette raffinate delle dame partecipanti al corteo. Durante la sfilata non mancò un po’ di brivido, una parte della passerella crollò e così qualcuno rise e qualcuno pianse poiché ci furono qualche morto e diversi feriti. A questo eccezionale incontro i due importanti ospiti giunsero accompagnati dalle loro corti , dignitari, cavalieri e dai loro eserciti. Immaginate l’affollamento di uomini e cavalli nella città di Bologna nei limitati spazi pubblici di allora? In un documento di cronaca di quei tempi, infatti, si legge che dopo cinque mesi, quando la città si liberò di tutti gli ospiti, i bolognesi tirarono un grande sospiro di sollievo. Le cronache del tempo riferiscono anche che, per l’evento ed a beneficio del popolo partecipante, in piazza veniva arrostito un bue intero farcito con conigli, polli ed altri volatili e che vi venne allestita una fontana da cui sgorgava acqua, vino rosso e vino bianco. Aggiungo un’altra piccola nota su questo evento che dimostra come cambiano nel tempo i costumi, i paesi,le persone e le cose.. L’imperatore, personaggio eccelso per quei tempi, non poteva semplicemente entrare nella città ospitante, la sua entrata doveva essere solenne e trionfale, adeguata al rango del personaggio, ed allora con il suo folto seguito si fermò a pernottare fuori città, nella Certosa, allora grande monastero dell’ordine dei certosini, ordine poi soppresso da Napoleone che del luogo ne fece il cimitero della città. Da questo monastero il giorno successivo partì il corteo in pompa magna, arrivò in piazza di porta san Felice e da qui per vie arredate con statue di imperatori, archi di trionfo, tendaggi di stoffe preziose e tra ali di persone acclamanti giunse in piazza Maggiore. A tutt’oggi, in estate da metà giugno, in piazza Maggiore si tiene la rassegna cinematografica denominata “sotto le stelle”, organizzata dalla cineteca comunale di Bologna e, per l’occasione vi viene allestito , con più di tre mila sedie, il cinematografo più grande d’Italia ad ingresso gratuito. Il due agosto, inoltre, vi si tiene il concerto finale del concorso internazionale di composizione due agosto, evento finale della giornata di commemorazione della strage della stazione di Bologna del due agosto 1980.



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Ricordo di Umberto Eco, di Nerina Viozzi



Il 19 febbraio 2016 è morto Umberto Eco. Era nato ad Alessandria dove cominciò gli studi conclusi poi a Torino con la laurea in filosofia. Non sono in grado di esprimere un mio commiato da lui,però posso dire la mia meraviglia alla constatazione che tutti i giornali stranieri presenti nella rassegna di radio tre mondo del giorno successivo, rassegna della stampa estera alle ore 6,50 di ogni mattina su radio tre, tutti, nessuno escluso, hanno annunciato e commentato a grandi titoli la sua morte.

Per dare un’idea dell’importanza che i giornali sia stranieri che italiani hanno dato al personaggio riporto alcuni titoli degli articoli pubblicati:

Insuperabile ambasciatore della cultura italiana nel mondo.

In un’epoca così avara di maestri era un punto di riferimento.

Sapeva farsi capire da tutti.

Per fortuna gli uomini come lui non muoiono ma diventano solo diversamente presenti.

C’è anche un Eco sconosciuto….non agli amici intimi.

La sua scomparsa ci rende tutti più poveri.

La cultura mostruosa di un uomo libero.

Ritratto a più voci di un intellettuale totale.

E’ morto Umberto Eco, ci mancherà il suo sguardo sul mondo.

E’ morto lo scrittore Umberto Eco, ha modernizzato la cultura italiana.

Umberto Eco, l’intellettuale che svecchiò la semiologia e la letteratura.

oltrepassò le frontiere combinando filosofia e cultura di massa.

Come mio omaggio personale in suo ricordo sto leggendo “ Il cimitero di Praga” scaricato dal catalogo del libro parlato dove ci sono tanti altri suoi libri.



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Vari articoli in ricordo di Umberto Eco, dall’Espresso online



Umberto Eco, alcuni articoli da l’Espresso-online.

Ciao Umberto. Quando era giovane ribelle, di Marco Damilano.

Gli inizi da cattolico dissidente. I primi articoli sul giornale dell’Azione cattolica gli costarono l’accusa vaticana di “gravi deviazioni dottrinali”. «MI sono recato al Liceo Scientifico di Alessandria per visitare la biblioteca per adulti…». Il 19 luglio 1951, a pagina 3, appare l’intervista al preside prof. Ferraris, «mi accoglie con gentilezza», annota l’estensore dell’articolo: Umberto Eco. È il primo che firma su una testata nazionale, uno dei più importanti periodici dell’epoca, “Gioventù”, 190mila copie, il quindicinale dei giovani di Azione cattolica (Giac). Siamo in guerra fredda, in Italia domina la Dc di De Gasperi, ma il mondo cattolico all’ombra di papa Pio dodicesimo è diviso tra Luigi Gedda, potente capo dell’Azione cattolica, due milioni di iscritti, che sogna la riconquista bianca, e i giovani che vogliono inserire il cristianesimo nella modernità. «È una gioventù in ribellione contro lo stato di cose esistente in Italia», li racconta Nicola Adelfi su “L’Europeo”. Eco ha 19 anni, è un dirigente della Giac, nel centro di via della Conciliazione il più intelligente, il più brillante. Cena da un pizzaiolo dietro piazza Navona, L’Avvelenatore, c’è anche Augusto Del Noce «che all’epoca era progressista». «Ho cominciato a scrivere autografi a sedici anni, ero dirigente diocesano e mi chiedevano l’autografo sulla tessera», ricorderà. Ed è la firma più acuta del giornale associativo. Articoli ingenui, in cui ci sono già le radici dell’Eco superstar mondiale. I calembour. Le parodie: l’esame di geografia di Liala, l’esame di storia di Nicolò Carosio («Vi parliamo dal campo di Maratona, dove si scontrarono i persiani di Dario e i campioni di Atene»). Il gioco intellettuale, su Radio Hegel o sulle donne dei poeti. L’inchiesta sulla rubrica delle lettere al direttore nei rotocalchi. I resoconti dei campi-scuola dove, tra scherzi, «cuscini sventrati, ingegnosi giochetti idraulici a base di porte, spago, sistole e diastole», si progetta di cambiare il mondo. E gli editoriali politici: «I festival di Varsavia e di Bucarest si risolveranno in parate ammaestrate. Ma all’origine ci sono esigenze preziose: di giustizia, di libertà dal bisogno, di uguaglianza», scrive il 19 luglio 1953 sui raduni mondiali dei giovani comunisti. L’esperienza si spezza brutalmente nel ‘54. Dal Vaticano arriva l’epurazione, con l’accusa di «gravi deviazioni dottrinali». I capi della Giac costretti a dimettersi con in testa Eco passano sotto la finestra di Gedda cantando sarcasticamente “Faccetta nera”. In Piemonte i giovani occupano le parrocchie («Sant’Iddio, non ho mai visto un tal covo di rivoluzionari», scrive Eco in una lettera). Al ritorno a Torino viene convocato dai carabinieri: sospettato di aver messo in pericolo la sicurezza dello Stato. «Abbiamo fiducia che i giovani cattolici non rinunceranno a pensare, a lottare e a incontrare, in un modo o nell’altro, sullo stesso cammino, coloro che per questi stessi beni combattono», scrive su “L’Unità” Enrico Berlinguer. Alcuni di loro, tra cui Eco, Furio Colombo e Gianni Vattimo, cominceranno a lavorare in Rai, nella tv appena partita.

Ciao Umberto. Una passione coerente, di Marco Belpoliti.

Contro la stupidità del potere. Non solo gli interventi pubblici nell’era di Berlusconi. Tutta la sua opera è percorsa da un filo rosso che parte dalla voglia di comprendere i mutamenti della società e arriva a combattere le menzogne e la stupidità del potere. Scrittore politico? EBBENE SÌ. Non c’è una sola pagina di Umberto Eco, dalla tesi di laurea su San Tommaso d’Aquino sino alle ultime “Bustine di Minerva” apparse in queste pagine, che non riguardi anche la politica. Giovane militante dell’Azione Cattolica negli anni Cinquanta, se ne allontana dopo la svolta autoritaria di Gedda, e conserva per tutti i Sessanta un’attenzione continua all’evoluzione della società intorno a sé, ovvero alle forme della comunicazione. Se si può riassumere in una formula icastica tutto il suo lavoro saggistico, filosofico, epistemologico, semiotico e letterario, bisogna parlare della sua indefessa analisi dei processi comunicativi, quelli che ogni società, la nostra in primis, istituisce per crescere e modificarsi nel corso del tempo. Il percorso politico di Eco si può leggere nella colonna dei saggi che attraversano tutta la sua produzione, la punteggiano e insieme sorreggono le due principali travi, tenendole separate e unite: filosofia e semiotica, da un lato; letteratura e narrazione, dall’altro. Partendo da “Apocalittici e integrati” del 1964, libro allegro, scanzonato e provocatorio, incunabolo di tutto quello che è venuto dopo, e in cui prevale la passione per l’analisi della cultura di massa, s’arriva a “A passo di gambero” del 2006, che già nel titolo esprime un giudizio sul marciare all’indietro della nostra società, là dove Eco la faceva sempre procedere in avanti, spesso a passo di danza. Sono libri straordinari per brillantezza, intelligenza, cultura, tutti libri politici: “Il Superuomo di massa”, “Il costume di casa”, “Dalla periferia dell’impero”, “Diario minimo”, “Sette anni di desiderio”, “Cinque scritti morali”, “Costruire il nemico”. Dentro c’è la sua critica del tempo presente, ma anche una profonda curiosità che culmina nei due temi che l’hanno ossessionato: la menzogna e il complotto. Come non definire politici i suoi due “nemici” cui ha dedicato pagine e pagine, sia nei saggi come nei romanzi? Dalla fondazione del Gruppo 63, poi alle pagine de “l’Espresso”, cui comincia a collaborare nel 1965, fino alla firma di Dedalus, con cui attacca su “il Manifesto” Pier Paolo Pasolini negli anni Settanta riguardo ai temi dei diritti civili (divorzio, e aborto), Eco manifesta una forte coerenza di fondo. La sua è stata in definitiva una militanza politica condotta su giornali, riviste, dentro case editrici e soprattutto sul tavolo da lavoro in cui sono nate le sue opere. Persino il libro più famoso e celebrato, “Il nome della rosa”, nasce da uno sguardo politico: il 1977 visto dalle stanze del Dams, a Bologna, tra Radio Alice e l’Autonomia Operaia, a partire dall’immagine di un monaco che legge “il Manifesto”. Libro sul fallimento del terrorismo negli anni dell’assassinio di Aldo Moro, delle stragi e degli attentati. Politica voleva dire per lui passione civile e morale. Si rileggano gli scritti degli anni del berlusconismo, pieni d’ironia, sarcasmo e buon umore nonostante i passi all’indietro compiuti dalla società civile dopo l’entusiasmo liberatorio dei Sessanta. Vi si troverà un illuminista indomito, una specie di Voltaire, che invece di scrivere il suo “Candide” e ripiegarsi a coltivare l’orto di casa, ha sempre preferito uscire e osservare il mondo, convinto che la buona politica avrà la meglio sulla stupidità e l’imbecillità del mondo, le due sole cose che l’atterrivano davvero temendo, a torto, di esserne in qualche modo toccato. Solo un moralista vero dubita di se stesso.

Ciao Umberto. Da San Tommaso a Pape Satan: una bibliografia sterminata, di Lara Crinò.

NATO AD ALESSANDRIA nel 1932 da Giovanna Bisio, impiegata, e da Giulio Eco, contabile in una ferramenta, si diploma al liceo classico e milita da ragazzo nell’Azione Cattolica, che abbandonerà nel 1954. Degli anni della formazione giovanile conserverà sempre un ricordo affettuoso. In un’intervista a “Repubblica” per i suoi ottant’anni dirà infatti: «Sono stato formato a undici anni dalla meravigliosa signorina Bellini, una professoressa di italiano che mi ha insegnato le virtù dell’invenzione. Al liceo ho avuto la fortuna di incontrare il professor Marino. Da lui ho appreso la libera critica. E poi all’università il rapporto con Luigi Pareyson: fondamentale anche se tormentato». Studia infatti filosofia all’Università di Torino, laureandosi con Pareyson con una tesi sull’estetica di San Tommaso d’Aquino. In quegli anni mettono radici sia la sua passione per l’insegnamento («Tutti i miei romanzi sono come un Bildungsroman: cioè un giovane che apprende da un legame formativo con un anziano. È la ragione per cui ho fatto il professore e resto in contatto affettuosissimo con tutti i miei studenti») sia l’interesse per il Medioevo, che diverrà scenario del suo romanzo più celebre, “Il nome della rosa” e resterà come riferimento imprescindibile degli studi successivi. «Sono nato alla ricerca attraversando foreste simboliche abitate da unicorni e grifoni», scriverà infatti in un autoritratto pubblicato postumo dal “Sole 24 ore”. Il primo libro, una rielaborazione della tesi di laurea, esce nel 1956 con il titolo “Il problema estetico in San Tommaso”. Ma gli anni Cinquanta sono soprattutto quelli della Rai: nel 1954 infatti vince un concorso, insieme a Furio Colombo e Gianni Vattimo, per lavorare nella tv pubblica. In Rai Eco corregge «testi immondi di collaboratori democristiani, mettendoli in un buon italiano», si occupa «di una trasmissione religiosa e di Topo Gigio», dà vita insieme a Luciano Berio all’opera del compositore “Omaggio a Joyce”, conosce Mike Bongiorno e si interessa alle modalità comunicative della tv. È del 1961 il saggio “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, poi incluso in “Diario Minimo” del 1963, mentre nel 1964 scrive “Apocalittici e Integrati”, in cui le sue analisi della cultura popolare spaziano dal kitsch a Charlie Brown. A fine anni Cinquanta si conclude la sua esperienza in Rai e prendono il via l’impegno in campo editoriale, la carriera universitaria e la ricerca accademica. Dal 1963 scrive per “l’Espresso” e dal 1985 in poi si dedicherà, sulle nostre pagine, alla rubrica “La bustina di Minerva”. Dal 1959 (e fino al 1975) è condirettore editoriale della casa editrice Bompiani, che pubblicherà le sue opere dei decenni seguenti, mentre dal 1961 inizia a insegnare all’università: Torino, Milano, Firenze e Bologna, l’ateneo dove ottiene la cattedra di Semiotica nel 1975. Nello stesso anno pubblica il “Trattato di Semiotica Generale”, che diventa un testo fondamentale per lo studio di questa disciplina in Italia, anche se già dagli anni Sessanta, mentre aderisce alla neoavanguardia del Gruppo 63, ha approfondito l’interesse per gli studi semiotici e per il ruolo “attivo” del fruitore dell’opera sia artistica che letteraria nel processo interpretativo. Tra i testi centrali di questi anni (che vedono a Bologna la creazione del Dams, il Dipartimento di Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo dove Eco insegna) vanno ricordati oltre a “Opera Aperta” (la prima edizione è del 1962), “La struttura assente” (1968), “Il superuomo di massa” (1978), “Lector in Fabula” (1979). Nel 1977 vede la luce anche il suo fortunato “Come si fa una tesi di laurea”, vero e proprio vademecum per la compilazione di una tesi universitaria. Il decennio successivo vede un nuovo capitolo nella vita del professore: è nel 1980 che Bompiani pubblica “Il nome della rosa”. Della genesi del romanzo, premio Strega e bestseller internazionale da cinquanta milioni di copie, Eco ricorderà in seguito di aver «passato un anno intero senza scrivere un rigo. Leggevo, facevo disegni, diagrammi, insomma inventavo un mondo. Ho disegnato centinaia di labirinti e di piante di abbazie, basandomi su altri disegni, e su luoghi che visitavo. Il risultato di questo lungo processo creativo è un romanzo ricchissimo di riferimenti storici e filosofici, una sorta di giallo medievale che ha per protagonisti un frate francescano e il suo allievo, costretti a investigare su una serie di morti misteriose in un monastero benedettino. Il suo percorso di narratore prosegue poi con “Il pendolo di Foucault” (1988), “L’isola del giorno prima” (1994), “Baudolino” (2000), “La misteriosa fiamma della regina Loana” (2004), “Il cimitero di Praga” (2010) e, nel 2015, con “Numero zero”, storia di un’immaginaria redazione chiamata a creare un giornale di complotti e ricatti. Negli anni Ottanta e Novanta, già noto a livello mondiale anche per la sua opera di romanziere, Eco continua a dedicarsi all’attività accademica con grande slancio. Fonda a Bologna nel 1993 il corso di Laurea in Scienze della Comunicazione e dal 2008 guida la Scuola Superiore di Scienze Umanistiche dell’ateneo bolognese, di cui diviene professore emerito. Nell’autunno del 2015, dopo la vendita a Mondadori della divisione libri del gruppo Rizzoli, che include Bompiani, Eco decide di lasciare la casa editrice e di fondare insieme a Elisabetta Sgarbi il nuovo marchio editoriale La nave di Teseo. Si spegne nella sua casa di Milano la sera di venerdì 19 febbraio. Fino all’ultimo ha lavorato alle bozze del suo nuovo libro “Pape Satan Aleppe”, una raccolta di saggi e scritti degli anni Duemila, di prossima pubblicazione.

Ciao Umberto. Eco professore. Faceva paura: sapeva tutto, di Giovanna Cosenza.

In cattedra era chiaro, divertente, graffiante. Però incuteva timore agli studenti. Non perché fosse severo: ma per le sue conoscenze immense, quasi mostruose. Com’era Eco a lezione, nelle aule universitarie, con gli studenti? È stato il mio docente di riferimento in tutto - laurea, dottorato, post dottorato - ed è per me difficile, oggi, condensare un’esperienza che è stata lunga, ricca, abbondante, addirittura strabordante (proprio com’era lui, in aula e fuori). Ci provo con tre parole: chiaro, divertente, graffiante. Chiaro. Eco aveva la capacità straordinaria di tradurre sempre in parole semplici e concrete i concetti più difficili, i nessi logici più astratti, le riflessioni filosofiche più importanti. Una capacità che era già grande quando lo conobbi - erano gli anni Ottanta - e che nel tempo riuscì perfino a migliorare e raffinare, combinando la chiarezza didattica alla grande divulgazione scientifica. Divertente. A lezione, come in quasi ogni ambito, Eco mescolava sempre il registro alto con quello basso, il lessico forbito con le parole colloquiali (e a volte le parolacce), le argomentazioni più complesse con le barzellette. Il risultato era che puntualmente, a cadenze regolari, gli studenti scoppiavano a ridere. Lunghi silenzi e fragorose risate. Silenzio, silenzio, risata: questo sentivi mentre faceva lezione. In questo modo, gli studenti non solo si divertivano, ma imparavano e ricordavano. Nulla è più efficace, per favorire l’apprendimento, che collegare i concetti a qualche emozione, soprattutto piacevole. Lui lo faceva. Graffiante. Con i giovani era sempre diretto, immediato, nel senso che diceva sempre ciò che pensava nel momento in cui lo pensava (o almeno così dava l’impressione di fare). Perciò metteva soggezione, no, di più, in molti casi faceva proprio paura, perché da un momento all’altro poteva selezionarti nell’aula più affollata (le sue aule erano sempre stipate) per farti una domanda, poteva fermarti in corridoio con quel libro che gli avevi chiesto ma avevi già scordato, poteva fare ironia su qualcosa che non sapevi. In realtà la sua ironia era sempre benevola e negli esami Eco era, come dicono gli studenti, “buono”. Però faceva paura, tanta. Perché lui sapeva molto e tu pochissimo, no, peggio: lui sapeva tutto e tu niente. Sbaglia chi pensa che Umberto Eco se ne sia andato. Il professore è vivo, è ancora con noi. Non solo perché vive nei testi che ha prodotto e sono sparsi in tutto il mondo. Ma perché vive nelle decine di migliaia di suoi ex studenti e studentesse, che hanno avuto la fortuna di accalcarsi nelle aule in cui faceva lezione, e l’hanno fatto per mesi, a volte per anni. Ognuno di noi, anche il più distratto, anche la più svagata, ricorda almeno una frase, un concetto, un guizzo, un’alzata di sopracciglio che gli/le abbia lasciato un insegnamento, fatto venire un’idea, addirittura cambiato la prospettiva e in certi casi la vita. Un professore non muore mai, e questo vale per quasi tutti i professori. Un grande genio resta nella storia. E questo vale solo per lui.

Ciao Umberto. Eco e l’impegno. Una vita con il collo lungo, di Roberto Saviano.

Bisogna essere come giraffe, diceva: per mangiare solo le foglie migliori e avvicinarsi al cielo. Questo ci ha insegnato: e di questo faremo tesoro. Dire addio a Umberto Eco è difficile e a dire il vero mi pesa. Mi pesa sempre dover scrivere ricordi. Mi pesa perché i ricordi hanno una consistenza diversa che, nella scrittura, diventa altro. I ricordi sono fatti di odori e sensazioni irriproducibili sulla carta. Di suoni leggeri. La scrittura, invece, quando ci si rapporta a una persona scomparsa, si tramuta in epitaffio, e sa di marmo, di scalpello. Ed è pesante. Proverò a tracciare, in queste righe, il mio ricordo di Umberto Eco, un ricordo personalissimo e spero leggero, di quello che ha fatto per me. Ma non posso non collegare tutto questo al ruolo che il Professor Eco ha avuto nel nostro Paese, un Paese spesso ingrato, ma che in lui ha trovato una sorta di garante. A ottobre 2006, pochi giorni dopo il mio intervento a Casal di Principe, e pochi giorni dopo le prime minacce e l’assegnazione della scorta, Eco disse al Tg1 diretto da Gianni Riotta delle parole che non dimenticherò, non solo perché erano di sostegno alla mia situazione, ma perché indicavano una strada raramente percorsa. Eco aveva trovato la chiave. Lui, lontano da me anni luce - generazioni diverse, formazione diversa, provenienza territoriale diversa - aveva dimostrato di possedere gli strumenti per capire esattamente cosa mi stesse accadendo, cosa stesse accadendo all’Italia e al Sud, e lo disse nella maniera più chiara possibile: «Il caso di Saviano si lega a Falcone e Borsellino. Perché in questo caso sappiamo da dove arriva la minaccia, sappiamo persino i nomi e i cognomi. Per questo non servono tanto gli appelli di solidarietà degli scrittori. Sono inutili. Si tratta di intervenire preventivamente e pubblicamente su un fenomeno di cui si sa tutto». Sono inutili gli appelli di solidarietà degli scrittori, ma bisogna intervenire su un fenomeno di cui si sa tutto: l’appello di Eco era evidentemente alla politica, perché se la solidarietà degli scrittori era inutile, conoscendo l’origine del male, l’unica cosa da fare era (ed è) lavorare per debellarlo. Eco, il professor Eco, semiologo, studioso di comunicazione, aveva compreso qual era l’unico modo per affrontare il problema criminale. Allo stesso tempo mostrò solidarietà non all’icona antimafia, ma al giovane uomo che si era trovato, per parole divenute marmo, in una vita impossibile. Io ho sempre pensato che l’empatia che Eco mostrò verso di me veniva dalla sua consuetudine al confronto con gli studenti, con i suoi studenti. Quelli che oggi ricordano non solo le lezioni del Professore, ma anche e soprattutto i suoi insegnamenti di vita, quelli che ti restano dentro e che in qualche modo ti formano come persona. Come figlio, come padre, come compagno. Eco invitava i suoi ragazzi a essere giraffe dal collo più lungo per sopravvivere mangiando le foglie migliori, ma anche per riuscire a vedere più da vicino la bellezza del cielo. Li portava a Torino, in visita al Salone del Libro, facendo da Cicerone; condivideva con loro cene da amici, dando prova che per scambiarsi pensieri non servono salotti, ma teste, magari un sigaro e un bicchiere di scotch. Eco è stato un osservatore attento tutt’altro che silente. I suoi segni più o meno visibili hanno puntellato i cambiamenti dell’Italia, con leggerezza e senza retorica. Nonostante la corporatura, l’idea che ho sempre avuto di lui era di un uomo che a mala pena sfiorava il suolo. Leggermente sospeso, un po’ giraffa, per l’abitudine a mangiare le foglie più alte, ma soprattutto capace di guardare le cose separandole da sé attraverso una camera d’aria. Il Professor Eco nella sua lunga vita accademica e di scrittore, ha dimostrato di avere il raro dono della comunicazione, una comunicazione sottile ma chiara, silenziosa, fatta sottovoce, ma evidente. Da semiologo conosceva la natura del messaggio, sapeva che serviva un emittente e una persona disposta a riceverlo, un destinatario. Ma soprattutto sapeva che tra emittente e destinatario c’era il mondo.

Bustine. La forza del sorriso colto, di Bruno Manfellotto.

I suoi articoli per “l’Espresso” erano sempre leggeri e allo stesso tempo carichi di intelligenza. E mai prevedibili, che parlasse di Dante o di Fred Astaire. La bustina ARRIVAVA PUNTUALE, senza sbavature, preziosa, sempre sorprendente. Da qualche tempo con il titolo già fatto. A conferma che Umberto Eco temeva certe forzature tipiche del giornalismo, verso il quale esercitava libertà di critica (nel senso di Kant, s’intende) e al quale rimproverava - con levità - sciatterie, superficialità, spregiudicatezza nei giudizi. E una certa arroganza. Si rilegga “La smentita della smentita” (1988), mirabile divagazione sul tema «se l’intervistato smentisce e l’intervistatore smentisce la smentita», immaginario scambio di lettere tra Preciso Smentuccia e Aleteo Verità, giornalista. Lamenta lo Smentuccia: «Nel corso della nostra breve intervista telefonica… non ho mai detto che sto ingaggiando degli assassini per eliminare Giulio Cesare, bensì sto incoraggiando l’assessore Filippi a eliminare il traffico in piazza Giulio Cesare». E replicava il Verità: «Prendo atto che il signor Smentuccia non smentisce affatto che Giulio Cesare sia stato assassinato alle Idi di Marzo del ’44… Non è arrampicandosi sugli specchi che si può mettere il bavaglio alla stampa». Indimenticabile. Trent’anni fa, accettando di regalare a “l’Espresso” una rubrica, Eco s’era preoccupato di chiarire che sarebbero stati poco più che appunti «sull’ultimo libro non letto, sull’intuizione che ci ha attraversato la mente in autostrada mentre si frenava per non finire in coda a un Tir, sull’essere e il nulla, sui passi celebri di Fred Astaire…». E però, rileggendo le Bustine, si scopre che un filo robusto le lega. Intanto il metodo. Enigmistico, verrebbe da dire: anagrammi, giochi di parole, deduzioni logiche. E animato da esaltazione del pensiero-contro, elogio dell’errore come casualità della scoperta, fascino per i cattivi (Franti, Hyde, «l’affabilità della filibusta» rivelata da Stevenson, irritazione per il dilagare dell’attimino e del vadi, vadi (1990) o del telefonino (2015). Grazie a una sconfinata cultura, i calembour gonfiavano le vele della sua imbarcazione spingendola verso porti imprevisti. In fin dei conti, più di ogni altra sua opera, è proprio la Bustina a mostrare l’unicità di Eco: la capacità di affrontare ogni argomento con chiarezza, ironia, con la “leggerezza” cara a Italo Calvino. Dimostrando che pur servendosi di semiotica e filosofia si può parlare di tutto a tutti, di Dante e di Mike Bongiorno. Perfino di politica, e senza alzare il ditino. Come nel dialogo postelettorale tra l’Autore e il Bonga (1987), in cui l’ospite riassume: «Ho capito: non conta quanti siano i voti che un partito ha guadagnato, ma a quale minoranza vincente siano andati quelli che ha perso…». Forza del sorriso colto. Come nella memorabile bustina (1986) in cui si immagina la risposta dei Grandi alla domanda «Come sta?». Solo un assaggio: Ungaretti: «Bene (a capo) grazie»; Robespierre: «C’è da perderci la testa»; Casanova. «Vengo»; Dracula: «Sono in vena»; Madame Curie: «Sono raggiante»; Leopardi: «Sfotte?»; Paganini: «L’ho già detto»; Schliemann: «Sotto sotto, bene»; Nievo: «Le dirò, da piccolo…»; Spielberg: «Bene, E.T.?»; Lucrezia Borgia: «Prima beve qualcosa?». Insomma, grande lezione di vita e di stile: mai prendersi troppo sul serio. E mettere sempre la virgola prima del “ma”.

31 marzo 1985. La prima bustina di Minerva. Che bell’errore! di Umberto Eco.

31 marzo 1985, Ripubblichiamo qui la prima delle celebri rubriche sull’ultima pagina de “l’Espresso”. Dove si celebrava lo sbaglio e il caso come strumenti di scoperta. STO INIZIANDO UNA RUBRICA. Mi è accaduto altre volte e ho sempre avuto la forza di smettere nel giro di un anno. L’appuntamento settimanale corrode. Questa volta forse smetterò prima, provo soltanto, per far piacere al Direttore, uomo potentissimo e vendicativo, e in vena di novità. L’intitolo alla bustina di Minerva, senza riferimenti alla dea della sapienza, bensì ai fiammiferi. Quando capita che la bustina abbia il lembo interno vergine di pubblicità, gli uomini pensosi usano appuntarvi idee vaganti, numeri di telefono di donne che un giorno sarà opportuno amare, titoli di libri da comperare, o da evitare. Valentino Bompiani scriveva (e forse scrive ancora) le idee che gli passavano per la testa sul retro delle scatole di raffinatissime sigarette turche. Credo conservi migliaia di ritagli di scatole nei suoi archivi, e molte delle sue iniziative editoriali sono cominciate così. Dal numero delle schede accumulate felicemente, direi che il fumo non fa male. RITENGO SIA utile appuntare idee sulle bustine di Minerva, e anche Husserl faceva qualcosa del genere. A Lovanio non hanno ancora finito di decifrare tutto quello che ha scritto, e il rettore di quella università, che deve stanziare i fondi per la ricerca su quei crittogrammi, mi diceva tra il preoccupato e il faceto che un uomo che ha scritto tanti foglietti (credo siano centomila) non può sempre aver scritto delle cose sensate. Però le cose che ha pubblicate sono piene di senso. Questo significa che l’umanità pensante si divide tra chi si limita ai Minerva e chi poi coordina questi appunti in un discorso organico. Lì vengono i nodi al pettine. Per intanto bustine: sull’ultimo libro non letto, sull’intuizione che ci ha attraversato la mente in autostrada mentre si frenava per non finire in coda a un Tir, sull’essere e il nulla, sui passi celebri di Fred Astaire. Poi si vedrà. PRIMO PENSIERO. Sto seguendo il Colombo televisivo, né intendo rubare il mestiere al titolare della rubrica apposita. Semplicemente (e accade ogni qual volta si rilegge la storia di Colombo) stupisce quanto si possa andare lontano con una idea sbagliata. Anzi, con un pacchetto di idee tutte sbagliate: sbagliato il calcolo delle dimensioni della terra, sbagliato il credito dato a certi cartografi, sbagliato il progetto di redenzione dei selvaggi asiatici, sbagliato persino l’investimento economico. Povero Cristoforo finito poi così tristemente. Eppure, la sua scoperta ha rivoluzionato il nostro millennio. Per questo genere di scoperte, fatte per sbaglio, gli inglesi hanno un termine che non esiste nel nostro lessico se non per ricalco: “serendipità”. È curioso che il termine si formi nel lessico inglese, a causa della storia dei tre principi di Serendip scritta nel Settecento da Horace Walpole. Perché di fatto la storia di questi tre principi, che trovano qualcosa cercando qualcosa d’altro, viene da una antica novella persiana, poi tradotta in italiano nel Rinascimento, poi passata alle altre culture europee, come anche ci ripeteva Carlo Ginzburg nel suo famoso saggio sul paradigma indiziario. Il fatto è che tutte le grandi scoperte avvengono per una certa qual forma di serendipità. E non sto solo pensando a Madame Curie che lascia la pecblenda sul comodino per disattenzione, o allo sciagurato Bertoldo il Nero che cerca la polvere di proiezione e scopre la polvere da sparo. Ogni grande scoperta avviene perché lo scienziato (o il filologo, o il detective) invece di seguire le vie normali di ragionamento si diverte a pensare che cosa succederebbe se si ipotizzasse una legge del tutto inedita e puramente possibile, la quale però fosse capace di giustificare - se fosse vera - i fatti curiosi a cui con le leggi esistenti non si riesce a dare spiegazione. Ma questa legge inedita non viene fuori al primo colpo: si va per così dire per farfalle, si passeggia con la mente in territori altrui. In fondo il pensatore creativo è colui che decide di fare, ma scientemente, quello che Colombo ha fatto per sbaglio: «Visto che non trovo una risposta a questo problema, perché non cerco la risposta a un altro problema, magari del tutto extravagante?». ALLENARSI A RISCHIARE ERRORI, con la speranza che alcuni siano fecondi. In fondo anche scrivere sulle bustine di Minerva può avere la stessa funzione. Dipende naturalmente se ci scrive Kant o se ci scrivo io (a cui Luis Pancorbo ha attribuito una volta l’angoscioso pensiero: «I can’t be Kant»). Certe volte temo che chi non scopre mai niente sia colui che parla solo quando è sicuro di aver ragione. È mica vero quel che ci raccomandavano i genitori: «Prima di parlare pensa!». Pensa, certo, ma pensa anche ad altro. Le idee migliori vengono per caso. Per questo, se sono buone, non sono mai del tutto tue.



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Le vostre ricette, patate alla pizzaiola, di Giuseppina Parentela



Ingredienti:

  • 6 patate grandi;
  • 200 grammi di mozzarella;
  • 300 CL di salsa di pomodoro;
  • 50 grammi di parmigiano grattugiato;
  • due cucchiaini di origano;
  • sale quanto basta;
  • olio di oliva quanto basta;
  • Uno spicchio  d’aglio.

Esecuzione:

  • sbucciate le patate, tagliatele a rondelle con uno spessore di un centimetro e mezzo circa, mettetele a bollire in acqua salata.
  • Preparate la salsa come segue:
  • mettete a rosolare uno spicchio d’aglio, aggiungete la salsa di pomodoro e l’origano. Lasciate consumare la salsa per circa 15 o 20 minuti.
  • Quando le patate sono cotte scolatele, quindi procedete in questo modo: * nella stessa padella dove avete cotto la salsa, togliete prima la metà del preparato mettendolo in un piatto, nel restante disponete le patate fin che ricoprite il fondo, a questo punto mettete la mozzarella tagliata, fate ancora uno strato di patate a ricoprire, aggiungete a questo punto il sugo che avevate messo nel piatto. Cospargete di parmigiano grattugiato, coprite con un coperchio è fate cuocere per circa 5 /7 minuti. È buono sia caldo che freddo.

Non dimenticate di togliere lo spicchio d’aglio quando avete cotto il sugo. (Vi consiglio per queste dosi una padella del diametro di 20 cm).



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